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giovedì 20 settembre 2012

Il compleanno lo si passa con le persone giuste in 50mq.

E' il 28 settembre del 1987 e sono le 11 in punto del mattino. Alla giostra del trono, a due passi del trenino dei Carpazi, la macchina per impastare dolci impasta dolci. Nello stesso momento su una panchina di Place Villette, Felìx scopre che ci sono più connessione possibili nel cervello umano che atomi nell'universo. Nel frattempo ai piedi del Sacro Cuore le benedettine migliorano il rovescio, la temperatura è di 24° Celsius, il tasso di umidità di 77 e la pressione atmosferica di 990 etto-pascal.
Il favoloso mondo di Amèlie.


















E' il 19 settembre del 2012 e sono le 9 in punto della sera. Alla cioccolateria Venchi, a due passi dalla statua del Porcellino, la macchina che fa colare cioccolato cola cioccolato. Nello stesso momento su un gradino di Piazza Santa Croce, un barbone scopre che ci non ci sono più le mezze stagioni. Nel frattempo ai piedi di Santo Spirito dei ragazzi migliorano il rovescio, la temperatura è di 24° Centigradi, il tasso di umidità 77 e la pressione atmosferica di 900 etto-pascal.

lunedì 23 luglio 2012

Già mi manchi.

Oggi parto e vado nella mia dolceamara Puglia.
Fa freddo mentre aspetto la coincidenza a Bologna e va bene, meno bene l'aria condizionata dei Freccia Rossa.
Va bene la famiglia che non vedo da mesi, va bene che porto a casa tre esami e una lode, va bene e non va bene l'abbondanza di cibo, va bene il rivedersi con le amiche di sempre, va bene la mia camera che ormai non è più mia.
Va male, malissimo, malissimissimissimo che non dormirò con te in tutte queste notti, che saranno più buie se non sei con me.


domenica 19 febbraio 2012

Bencini Comet


Correggeva il caffè.
Si accendeva la sigaretta sempre alle 23.20.
Apriva sempre la finestra alle 23.27.
Guardava fuori.
La nebbia la amava. Era come nella sua testa. C'era qualcosa di chiaro sotto tutta quella bruma aggrovigliata dei ricordi. C'era ma non sapeva dove.
Chiudeva sempre la finestra alle 23.43.
Prendeva una scatola, alle 23.50. Si sedeva accanto. Sembravano conoscersi da tempo. Sembrava avessero tanto da dirsi. La apriva sempre, quella scatola. Ci guardava dentro. E i sogni di tutta la notte li faceva in quell'istante. Scompariva, ritornava, partiva, ricordava. Viveva.
Era autunno quando decise di prendere quella scatola. Il vento faceva volteggiare in un tango le foglie rosse prima che punteggiassero, stanche, i marciapiedi del Parco Valentino. C'era un odore, quegli odori che ti porti addosso sempre, quei ricordi ai quali non potrai mai sfuggire. Sono lì, sono vulcani addormentati. Si fermò. E pensò al rosso. Al rosso, che era diventato da quel momento il suo colore. Il rosso dei tetti, il rosso di certi pavimenti, il rosso della Coca Cola, degli autobus inglesi, del sugo della domenica, il rosso delle bandiere rosse. Il rosso di quella scatola. L'aveva comprata lì, la scatola, nel negozio affianco a quel bar, quel bar. Ci era ritornato per un peccato, per un Bucerin. Il suo posto preferito era quello vicino la grande vetrata che lo difendeva dalle persone che facevano loro i portici. Due si danno le spalle, un uomo e una ragazza, e non si guardavano più. Bisogna esser sicuri della propria schiena, è la parte del nostro corpo che diamo spesso e che non guardiamo mai. Lei abbassa la testa. Cammina e poi più veloce e poi corre. Il cielo sembrava immenso con lei. Il cielo sembrava invisibile per lei.
Pensava all'errore dei due. Pensava a quanto si sbaglia nel non pronunciare parole per non rischiare di deludere. Pensava a quanto avesse sbagliato anche lui.
Affianco il bar c'era il portone di casa sua. Era uscito quasi di fretta. Si era alzato, alzato il bavero. Aveva una scatola rossa da riempire, da conservare, da dimenticare. Era entrato in casa, e in una stanza c'era lei. Muta. Muta e incantevole. Era estate quando l'ha vista la prima volta e lei aveva qualcosa di tremendamente affascinante. Ma ogni volta che la vedeva, pensava a Sophie. Pensava che con lei provava un continuo jamais vu. Il jamais vu è il contrario di dèja vu. E' quando incontri incontri le stesse persone di continuo ma è sempre come se fosse la prima volta. Come se Sophie fosse stata sempre una sconosciuta. Con Sophie ci faceva l'amore. Ci faceva l'amore anche da lontano, come se i loro cuori attraversassero cemento e muri e s'incontrassero nel mezzo della città. Guardava Sophie attraverso lei, guardava il suoi denti storti, le anse delle sue orecchie che erano senza lobo e attaccate, il liquore che aveva versato sul divano in pelle, le perle della sua collana che ormai era rosario del suo dolore. In lei c'era tutto quello che non aveva più Sophie. Aveva il senso di colpa ogni volta quando vedeva lei lì, ferma, appoggiata a quel mobile di ciliegio. Aveva un terremoto dentro. Aveva le stesse macerie, la stessa polvere. La guarda e le dice:"Questa scatola è per te. Sono io. E' vuota dentro, ma devi entrarci. Avrai una nuova vita, in fondo è come se fosse la tua rinascita. Buon compleanno."
La casa era invivibile. "Niente è più inabitabile di un posto dove siamo stati felici."
Era andato verso la porta. Doveva sentire il portone alle sue spalle. Doveva camminare.
Da bambino camminava sulle piastrelle, contandole, senza pestare le linee. Non staccava mai gli occhi da terra. Non l'avrebbe mai detto che crescendo avrebbe preferito vedere le stelle.
Sophie diceva che in certi posti si nascondono frammenti di vite non vissute. E lui si apprestava a non vivere la sua, in un posto che urlava di sudore e vento. Urlava di Sophie e di lei e di lui. Urlava di loro tre. Urlava di lei, a cui aveva detto che l'avrebbe ritrovata prima o poi, anche se non si trova chi non si può cercare.
Lei che adesso era in quel vuoto, in quella scatola rossa. Lei che sapeva dei denti storti, delle anse delle orecchie che erano senza lobo e attaccate, del liquore versato sul divano in pelle, delle perle della collana. Lei, vista in un giorno d'estate. Lei, testimone di un amore. Testimone di due amori. Testimone di un pezzo di vita. Lei che era lì quando Sophie gli aveva detto che "si sarebbero trasferiti a Parigi un giorno, e non avrebbero mai più avuto i soldi per tornare indietro". Lei, che aveva sentito, che era proprio lì tra le mani di Sophie quando gli aveva detto:"Parto per Parigi. Mi chiedo se avrai mai il coraggio di lasciare lei per una donna. Per una donna come me. Tu meriti qualcuno che guardandoti negli occhi riesca a farti vedere il mondo come te lo fa vedere questa Bencini."
Si accendeva la sigaretta sempre alle 23.20.
Apriva sempre la finestra alle 23.27.
Guardava fuori.
La Tour Eiffel non era mai stata così abbagliante.
Ecco.
Io mi faccio un sacco di film, normalmente.
Ma quando il mio meraviglioso fidanzato mi regala un gioiellino del genere, mentre in una domenica piovosa siamo a un mercatino dell'antiquariato e mi vede innamorata di questa Bencini io mi faccio un sacco di storie in testa. Di chi era, cosa e chi aveva fotografato (secondo me c'è una specie di fantasmi di rullini nel vano di queste macchine fotografiche, c'è lo spirito dei ricordi, in cose come questa)
C'è qualcosa di magico in lei, qualcosa di tremendamente affascinante. Ha addosso le impronte degli anni '50, di CocaCola in bottiglia, di nebbia e di pois. Ha ancora in sè quella speranza intima dell'aver fotografato quel tramonto come era dentro gli occhi di chi l'ha maneggiata, dentro, dentro i suoi occhi e non davanti.
E ora è qui, tra le mie mani. Ho tra le mani un piccolo sogno antico.
Grazie, Giuseppe <3

venerdì 13 maggio 2011

Loro forse vedevano cose che noi nemmeno immaginiamo.

C'è stato qualcosa giorni fa che forse è più importante di tempi stretti, esami, tesi, chiacchiere, ciambelle e zucchine.

Era una domenica, io odio le domeniche.
Io e il mio talentuoso ragazzo usciamo e andiamo alla ricerca di una pizzeria da sperimentare. Ne scegliamo una, che di messicano aveva solo il nome e forse il cameriere.
Tra le cose che mi infastidiscono c'è il sedersi affianco a persone che non conosco nei ristoranti. E in questa pizzeria, ci sistemano affianco una coppia. Inoltre la tv era su Striscia la Notizia e a me non piace che è chiassosa e mille volte meglio le Iene, se proprio. Sembrava non andasse bene una. Ma la fame ci teneva ben saldi alle sedie di vimini, quindi il menù era già tra le nostre mani.

La coppia che era seduta accanto a noi era strana. Parlavano di gare tennistiche in modo esageratamente competitivo. Avranno avuto sessant'anni, su per giù. Mangiavano gli spaghetti rumorosamente. Parlano.
Finiscono la loro cena, con calma e offrono loro un amaro. Accettano, ringraziano.
Prendono il bicchiere, la mano di lei cerca di spostare le bottiglie, cercano le mani l'un dell'altra, lei gli prende il mignolo lui l'indice. Portano con l'altra mano il bicchiere, brindano. Sorridono.
Erano entrambi ciechi.
Ciechi.
Spostavano l'aria che li allontanava, afferravano la vita che intercorre tra le mani e un brindisi. Vedevano più di chiunque altro. Più di noi.
Non riesco a raccontarla nemmeno bene, perché è come rivelare un segreto, come quando respiri il vento.
Ecco.
Anche questa storia, questa immagine, questo momento, questa lezione di vita vera e forteforte credo che rientri tra le cose che uno non potrà maimaimaimai spiegare a nessuno. Non per mancanza di voce, di ricordo o di orecchie. Ma per mancanza di parole.

lunedì 18 aprile 2011

Ciao. Il mio numero è scritto dietro. Ciao.

"Quelli della Vergine forse sono un po' così: un po' malinconici, un po' autunnali, solitari, pignoli, pessimi partner e ottimi singoli. Hanno una gran vita interiore che non necessita di mondanità per esprimersi. Nello stesso tempo forse sono fin troppo preda di umor nero, di attacchi di atrabile, insomma di malinconia."
(Tondelli)

Lei era lì, al bar vicino l'Università a bere il secondo caffè della giornata quando ha pensato che sì, Tondelli ha ragione. Era una mattina come tante, una mattina di occhiali e jeans. Un nastro rosso tra i capelli che chiudeva i suoi pensieri, i suoi pensieri di studentessa nervosa e bulimica di vita. I suoi pensieri che cercavano qualcosa, qualcuno. Qualcuno che l'avrebbe svegliata la mattina e non si sarebbe preoccupato dei suoi occhi cerchiati. Qualcuno che avrebbe visto un libro di Snoopy "Sono innamorato, Charlie Brown" e gliel'avrebbe fatto trovare sulla scrivania. Qualcuno che sarebbe andato via sbattendo la porta e sarebbe rimasto lì, ad aspettarla, in macchina, di notte, scrivendole un sms: "Scendi, scema, che andiamo a mangiare una pizza. <3". Qualcuno che le avrebbe baciato gli occhi. Qualcuno che l'avrebbe fatta danzare in un salotto disordinato. Qualcuno che l'avrebbe amata, per i suoi kg di troppo, per le sue cattive abitudini, per le sue lacrime e per le sue gioie. Qualcuno che ci sarebbe stato, e che non avrebbe avuto cuore e occhi e testa per nessuno se non per lei.
Poi.
Gli occhi a volte rotolano su sentieri inesplorati e pericolosi. E uno sguardo è così forte da tenersi o lasciarsi per sempre. Incrocia lo sguardo di qualcuno. Qualcuno che prende la bustina di zucchero di canna e ha una mano sporca d'inchiostro. Colline verdi e fiori e Caran D'Ache e pellicole e sole e vento caldo e carta da acquerello e Nutella e foglie d'acero e l'odore dei libri e luna che sorge da una montagna e musica e De Chirico Klimt Schiele e magie e onde e mari aperti e fusa e tutto quello che di più piccolo c'è e tutto quello che di più grande c'è, tutto, tutto guardando qualcuno, guardando lui. E dietro quella macchia d'inchiostro sulla mano destra, dietro c'è una mano, una mano che gira il caffè, una mano che porta alla bocca il cucchiaino, una mano che lascia il cucchiaino sul piattino, una mano che prende la tazzina, una mano che sta attenta a non bruciarsi, una mano che avvicina la tazzina alla bocca che soffia e che beve, beve in più sorsi, forse due, o anche tre e la bocca che fa una piccola minuscola e deliziosa smorfia e rimette la tazzina sul piattino e sistema il cucchiaino all'interno della tazzina, sorride e prende un tovagliolino (e che odio i tovaglioli dei bar che non asciugano niente che sembrano fogli di carta ma a cosa servono son anche piccoli per scriverci i pensieri e non ci puoi fare i disegni a matita). E dietro tutto ciò c'è qualcuno, qualcuno che dentro cos'avrà, qualcuno che ha dentro e dietro una vita, qualcosa di grande, di così enorme che quella macchia d'inchiostro è come un granello di sabbia nell'universo, talmente piccolo da essere quasi invisibile, ma c'è e a lei basta, e lei ne è attratta e lei ne è sopraffatta e lei ne è impaurita. E dietro e dentro cos'avrà, se avrà avuto l'amore, che libro gli avrà cambiato la vita, che musica ascolta, quanta vita ha vissuto e quanta vorrà viverne e come e dove, in quale parte del mondo vorrebbe andare, altri granelli nel cosmo che però formano pianeti di sabbia e basta un po' di vento che vieni travolto, vieni travolto dalla vita, dalla sua vita. E lei era lì, lì pronta a esser scaraventata in altri mondi, nei mondi di quel qualcuno, in tutti i suoi mondi, quelli bui e quelli pieni di stelle. E lui, questo qualcuno, prende il portafoglio, cerca le monetine, ottanta centesimi e "forse ce li ho giusti, pare che abbia rotto il salvadanaio", e sorride e guarda il cameriere e lei prende la borsa e vorrebbe offrire lei, lei ha ben due euro, gli ultimi del mese prima della ricarica del Postepay, ma spenderli per lui sono un investimento, come comprare un attico a Manhattan a dieci euro. E lei vorrebbe farsi leggere e non raccontarsi e lui avrebbe la vita di lei sotto le sue dita, due notti, dieci al massimo, e lei diverrebbe un romanzo finito e sarebbe il libro preferito di lui.
Lei si alza, lo ferma, gli dà un tovagliolino del bar, gli prende la mano, proprio quella dell'inchiostro, arrossisce, sorride, scappa via è in ritardo e ha una revisione e i suoi disegni stanno ancora asciugando e non ci si dovrebbe mai ridurre all'ultimo momento a fare le cose.
Lui apre il tovagliolino, sorpreso, incuriosito.
"Ciao. Fai una smorfia con la bocca quando mandi giù il caffè, se mi sposi io giuro che riuscirò a spiegarti quanto sia deliziosa, prima o poi. Avremmo una vita davanti, insieme, e forse un giorno troverò le parole, tutte, così da non doverti più dire "Ok, questo non riuscirò mai a spiegarlo a nessuno." Il mio numero è scritto dietro. Ciao."

domenica 3 aprile 2011

Ho una piantina acquatica e respira anche sott'acqua perché fa le bollicine e si vende all'Ikea e ha un nome impronunciabile e il mio Giuseppe l'ha chiamata Atlantide e ora si chiama così. ♥

Allora, ho scoperto oggi che per alcuni stare sott'acqua significa affogare, per altri significa vivere. L'ho scoperto all'Ikea, oggi. Piantine acquatiche. Questa qui mi sa che si chiama Lysmachia nummularia, un nome che ho ovviamente copiato e incollato da Google che io mica lo so come minchia si pronuncia o si scrive. Fatto sta che con un vaso preso apposta per lei e dei sassolini presi apposta per lei, è bellissima.
Il mio fidanzato bellissimo e dolcissimo e sceneggiatorissimo dice di non parlarci troppo, 'ché voi forse non lo sapete, ma è statisticamente provato che quando parlo con le piante queste tendono al suicidio più estremo: la pianta di gerbere rigogliose si è buttata in circostanze misteriose dalla finestra, uguale destino per il basilico il quale ha deciso di non nutrirsi per porre fine alla sua sfortunata esistenza. Uno sciopero della fame come Pannella, ma almeno lui brioche e cappuccino li prendeva al bar!
Spero che questa quindi non sia una piantina kamikaze. Perlomeno l'acqua magari attutisce i suoni e le mie parole, quindi il rischio si dimezza.
La magggica piantina costa due euri e ventinove e io credo che sia un acquisto che dobbiate fare, perché è primavera, perché sembra di plastica ma non lo è, perché vive e respira e non so bene come ma può anche crescere e poi, tra una bollicina e l'altra, potreste anche spendere due euri e settanta per comprare questo perché sembra un film cartaceo e perché ho visto con i miei occhi che c'è tanto, tanto lavoro fatto con i controcazzi dietro. Lavoro ben fatto, ovviamente!
Ora, vorrei trovare un bel finale d'effetto. Ma tra una grattata di testa e un "Oddio, è tardi domani devo svegliarmi presto" non mi viene nulla di interessante in mente. Quindi concludo con una semplice e banale buonanotte.

giovedì 10 marzo 2011

Sì, è un post mieloso e diabetico.

A me col mio ragazzo piace contare i "cioè" che dice Max Pezzali quando parla.
A me piace il mio ragazzo, che se sto male mi porta i viveri ma poi non s'avvicina "che sai, non te lo vorrei dire, ma sei INFETTA!" e beve la Coca Cola seduto lontano e se dice qualcosa che non va io gli porgo il mio fazzoletto usato.
A me del mio ragazzo non piace tanto che ingurgita cose senza vedere la data di scadenza, però mi sa che ha uno stomaco d'acciaio, migliore di quello che avevo per proteggermi dal "cibo" che ci passavano in convento il primo anno d'università.
A me del mio ragazzo piace che disegna e che scrive (e fa bene entrambe le cose).
A me col mio ragazzo piace anche stare il martedì a vedere Mistero, ma il film di Tarantino che lo segue no, quello proprio no.
A me piace il mio ragazzo anche se lui ascolta robe come il Club dei Dogs o roba simile e vede film tipo Star Wars o roba simile.
A me piace quando il mio ragazzo mi sorride e mi guarda in quel modo che è solo suo.
Mi piace quando fa il caffè ma lascia inspiegabilmente dentro la moka quello del giorno precedente.
A me piace che è distratto e che non si ricorda che gli schiaffetti che sta dando, sono proprio sul mio ginocchio infortunato.
A me piace fotografarlo, perché io fotografo solo cose belle e infatti io lo fotograferei sempre, anche quando dorme. Mi piace guardarlo mentre sogna e se la gente dice che non c'è nulla di più bello dell'alba, è perché non hanno mai visto lui.
A me piace quando mi chiama, perché mi piace il fatto che voglia dirmi delle cose, qualunque esse siano.

Mi piace che quando sono triste o incazzata o malaticcia, lui mi appiccica addosso una strana felicità e allegria. Mi piace che quando faccio le mie cose io le dedico a lui, quando vado alla Coop o quando disegno. Mi piace che lui un po' di parte lo è, ma non troppo. Mi piace che a volte grazie a lui io mi sento una persona migliore. Mi piace quando mi prende in giro per i miei strambi gruppi musicali che tanto mi piacciono.
Del mio ragazzo a me piace tutto, anche se mette l'olio vicino gli amari e l'aceto e il sale da tutt'altra parte. Perché io lo amo, esattamente per com'è. Per i suoi aspetti buffi e per quelli affascinanti. Per il suo aspetto e per quello che ha dentro, un universo meraviglioso e pieno di stelle brillanti. Lo amo in ogni instante, qualunque momento. E io non mi vedo con nessun'altro, se non con lui.
Perché la cosa di Platone, ampiamente spiegato anche in uno sketch Tre Uomini e una gamba per intenderci, quella delle due metà della stessa anima, sarà una roba talmente vecchia che non la scrivono più nemmeno sui bigliettini dei Baci Perugina, sarà una roba anche inventata, ma beh, io da quando ho incontrato il mio ragazzo ci credo fermamente.
Siamo la metà della stessa anima. Metà dello stesso frutto. Lui è il cielo e io la stella.

Per ricordarti ancora una volta di quanto importante sei per me,
per ripeterti quanto ti amo
affinchè non passi giorno senza avertelo detto.
E te l'ho scritto altre volte, ma lo riscrivo anche qui quello che Neruda sosteneva:
"Fai con me ciò che la primavera fa con i ciliegi"
Se io avessi tutta la poesia del mondo che mi scorre nelle vene,
scriverei esattamente come Neruda. O come Prèvert. O come Shakespeare.
E tutti i miei versi sarebbero sempre e solo per te.
Ma purtroppo non sono poetessa e nemmeno so scrivere così bene,
così tutte le parole più belle le leggerai solo quando vedrai i miei occhi.
Ti amo Giusè.

martedì 15 febbraio 2011

#1 Di notte le cazzate vengono meglio.

Piove, è notte, ho poca voglia di studiare, ho uno scanner, photoshop, ho l'amore e il colore rosso.

lunedì 3 gennaio 2011

"Io e te siamo quei venti che cambiano i deserti."

Io e te non siamo immobili.
Io e te siamo quei venti che cambiano i deserti.
Senza più paura di rimanere spogli sotto abat-jour, dentro un fiore rosso
Il tuo fiore rosso sotto abat-jour.
E poi se ci sei, se ti alzi e poi, ti togli il peso dei tuoi giorni stanchi.
E poi tutto sarà qualcosa che scontornerà i tuoi limiti.
Io e te siamo quei venti che cambiano i deserti.
P. Benvegnù- Io e te