Inizierò questo post con una premessa.
Dal 04/06/2012 ad oggi ho inviato in tutto 151 curriculum vitae.
Mi hanno risposto con un "abbiamo letto il suo cv e ci interesserebbe" in 14.
Mi hanno risposto con un "no, grazie, non ci servi, siamo ai ferri corti"in 6.
Tutti gli altri, circa 131, non mi hanno scritto niente, nemmeno una parolaccia, nemmeno una pernacchia.
Tra quei 14, una galleria di Roma, la Hybrida Contemporanea, mi ha dato una quasi buca il giorno del colloquio, perché se n'erano dimenticati. Un'altra finta galleria milanese che "bellissimi i tuoi lavori, li vorrei esporre" nel momento definitivo sono scomparsi. Un'altra galleria torinese non mi avrebbe rimborsato i biglietti del treno e niente, io non sono ricca. Poi tra questi 14 c'è un'Agenzia Immobiliare e un'Agenzia di moda ed entrambi mi volevano fare il colloquio perché ho un "viso interessante" quindi sì, lusingata ma ciao. Alla fine ho potuto collaborare con pochissime persone, 5 in tutto. Nessuno mi ha pagata.
Nessuno mi paga la frustrazione di aspettare mail che puntualmente non arrivano. Nessuno mi paga il tempo che spendo nel cercare annunci e gallerie o musei dove inserirmi. Nessuno mi paga la speranza quando premo invio. Nessuno mi paga la convinzione che non funzionerà nemmeno stavolta quando premo invio. Però continuo imperterrita. Perché io lavorerei in una galleria d'arte o in un museo o in una fondazione o in una casa d'aste o ovunque dove ci siano opere d'arte e mostre, e ci lavorerei pure gratis. Non per sempre, ovvio, ma per un bel po' sì. Se mi dessero 10 euro al giorno potrei essere pure felice.
Ho fatto gratuitamente sempre e solo cose che mi piacevano, che poi mi davano pure qualcosa di bello da inserire nel cv.
Poi succede che sento dire di giovani come me che se non vengono pagati profumatamente, ma vengono pagati un po' meno (perché hanno la fortuna di essere pagati per quello che fanno) non fanno le cose. No, o così o niente. O il gelato al cremino o niente.
Una cosa rispettabile e legittima, eh.
Però se a me una galleria mi chiedesse di fare un lavoro per loro, che mi pagherebbe anche se non quanto io vorrei, io mi ci fionderei. Perché per me è vero quando dico che certe cose bisogna farle anche solo per esperienza, anche solo, purtroppo, per riempire il cv. E poi perché, sì è un lavoro, ma un lavoro che mi piace e che farei volentieri tutti i giorni tutto il giorno e se io non ci rimetto un euro e mi pagano pure sarei proprio fortunata.
Quindi ecco, forse sbaglio io. Forse la Fornero aveva ragione quando ci ha definiti tutti 'na massa di choosy.
Però se uno decide di fare dell'arte il proprio mestiere, essere pagati anche meno di quanto ci si aspetti dovrebbe essere fantastico lo stesso, perché ti stanno dando un compenso monetario per qualcosa che costa sicuramente fatica ma anche tanto piacere e soddisfazione.
Forse sono strana io.
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giovedì 15 novembre 2012
Cose che potrebbero succedere nel mondo del lavoro e dell'arte.
Momenti di:
Aiuto sono anche io marcia dentro,
E quindi niente,
Parole parole soltanto parole,
Petali di storie non del tutto vere,
Sindrome pre-mestruale
venerdì 27 luglio 2012
Le lauree di una volta non esistono più
Momenti di:
Disegnini minchia,
E quindi niente,
In Puglia la notte è fonda fonda fonda,
Mattinate stranamente o scarsamente produttive,
niles sexy dance,
Petali di storie non del tutto vere
domenica 19 febbraio 2012
Bencini Comet
Si accendeva la sigaretta sempre alle 23.20.
Apriva sempre la finestra alle 23.27.
Guardava fuori.
La nebbia la amava. Era come nella sua testa. C'era qualcosa di chiaro sotto tutta quella bruma aggrovigliata dei ricordi. C'era ma non sapeva dove.
Chiudeva sempre la finestra alle 23.43.
Prendeva una scatola, alle 23.50. Si sedeva accanto. Sembravano conoscersi da tempo. Sembrava avessero tanto da dirsi. La apriva sempre, quella scatola. Ci guardava dentro. E i sogni di tutta la notte li faceva in quell'istante. Scompariva, ritornava, partiva, ricordava. Viveva.
Era autunno quando decise di prendere quella scatola. Il vento faceva volteggiare in un tango le foglie rosse prima che punteggiassero, stanche, i marciapiedi del Parco Valentino. C'era un odore, quegli odori che ti porti addosso sempre, quei ricordi ai quali non potrai mai sfuggire. Sono lì, sono vulcani addormentati. Si fermò. E pensò al rosso. Al rosso, che era diventato da quel momento il suo colore. Il rosso dei tetti, il rosso di certi pavimenti, il rosso della Coca Cola, degli autobus inglesi, del sugo della domenica, il rosso delle bandiere rosse. Il rosso di quella scatola. L'aveva comprata lì, la scatola, nel negozio affianco a quel bar, quel bar. Ci era ritornato per un peccato, per un Bucerin. Il suo posto preferito era quello vicino la grande vetrata che lo difendeva dalle persone che facevano loro i portici. Due si danno le spalle, un uomo e una ragazza, e non si guardavano più. Bisogna esser sicuri della propria schiena, è la parte del nostro corpo che diamo spesso e che non guardiamo mai. Lei abbassa la testa. Cammina e poi più veloce e poi corre. Il cielo sembrava immenso con lei. Il cielo sembrava invisibile per lei.
Pensava all'errore dei due. Pensava a quanto si sbaglia nel non pronunciare parole per non rischiare di deludere. Pensava a quanto avesse sbagliato anche lui.
Affianco il bar c'era il portone di casa sua. Era uscito quasi di fretta. Si era alzato, alzato il bavero. Aveva una scatola rossa da riempire, da conservare, da dimenticare. Era entrato in casa, e in una stanza c'era lei. Muta. Muta e incantevole. Era estate quando l'ha vista la prima volta e lei aveva qualcosa di tremendamente affascinante. Ma ogni volta che la vedeva, pensava a Sophie. Pensava che con lei provava un continuo jamais vu. Il jamais vu è il contrario di dèja vu. E' quando incontri incontri le stesse persone di continuo ma è sempre come se fosse la prima volta. Come se Sophie fosse stata sempre una sconosciuta. Con Sophie ci faceva l'amore. Ci faceva l'amore anche da lontano, come se i loro cuori attraversassero cemento e muri e s'incontrassero nel mezzo della città. Guardava Sophie attraverso lei, guardava il suoi denti storti, le anse delle sue orecchie che erano senza lobo e attaccate, il liquore che aveva versato sul divano in pelle, le perle della sua collana che ormai era rosario del suo dolore. In lei c'era tutto quello che non aveva più Sophie. Aveva il senso di colpa ogni volta quando vedeva lei lì, ferma, appoggiata a quel mobile di ciliegio. Aveva un terremoto dentro. Aveva le stesse macerie, la stessa polvere. La guarda e le dice:"Questa scatola è per te. Sono io. E' vuota dentro, ma devi entrarci. Avrai una nuova vita, in fondo è come se fosse la tua rinascita. Buon compleanno."
La casa era invivibile. "Niente è più inabitabile di un posto dove siamo stati felici."
Era andato verso la porta. Doveva sentire il portone alle sue spalle. Doveva camminare.
Da bambino camminava sulle piastrelle, contandole, senza pestare le linee. Non staccava mai gli occhi da terra. Non l'avrebbe mai detto che crescendo avrebbe preferito vedere le stelle.
Da bambino camminava sulle piastrelle, contandole, senza pestare le linee. Non staccava mai gli occhi da terra. Non l'avrebbe mai detto che crescendo avrebbe preferito vedere le stelle.
Sophie diceva che in certi posti si nascondono frammenti di vite non vissute. E lui si apprestava a non vivere la sua, in un posto che urlava di sudore e vento. Urlava di Sophie e di lei e di lui. Urlava di loro tre. Urlava di lei, a cui aveva detto che l'avrebbe ritrovata prima o poi, anche se non si trova chi non si può cercare.
Lei che adesso era in quel vuoto, in quella scatola rossa. Lei che sapeva dei denti storti, delle anse delle orecchie che erano senza lobo e attaccate, del liquore versato sul divano in pelle, delle perle della collana. Lei, vista in un giorno d'estate. Lei, testimone di un amore. Testimone di due amori. Testimone di un pezzo di vita. Lei che era lì quando Sophie gli aveva detto che "si sarebbero trasferiti a Parigi un giorno, e non avrebbero mai più avuto i soldi per tornare indietro". Lei, che aveva sentito, che era proprio lì tra le mani di Sophie quando gli aveva detto:"Parto per Parigi. Mi chiedo se avrai mai il coraggio di lasciare lei per una donna. Per una donna come me. Tu meriti qualcuno che guardandoti negli occhi riesca a farti vedere il mondo come te lo fa vedere questa Bencini."
Si accendeva la sigaretta sempre alle 23.20.
Apriva sempre la finestra alle 23.27.
Guardava fuori.
La Tour Eiffel non era mai stata così abbagliante.
Ecco.
Io mi faccio un sacco di film, normalmente.
Ma quando il mio meraviglioso fidanzato mi regala un gioiellino del genere, mentre in una domenica piovosa siamo a un mercatino dell'antiquariato e mi vede innamorata di questa Bencini io mi faccio un sacco di storie in testa. Di chi era, cosa e chi aveva fotografato (secondo me c'è una specie di fantasmi di rullini nel vano di queste macchine fotografiche, c'è lo spirito dei ricordi, in cose come questa)
C'è qualcosa di magico in lei, qualcosa di tremendamente affascinante. Ha addosso le impronte degli anni '50, di CocaCola in bottiglia, di nebbia e di pois. Ha ancora in sè quella speranza intima dell'aver fotografato quel tramonto come era dentro gli occhi di chi l'ha maneggiata, dentro, dentro i suoi occhi e non davanti.
E ora è qui, tra le mie mani. Ho tra le mani un piccolo sogno antico.Grazie, Giuseppe <3
mercoledì 3 agosto 2011
“e se non hai come unica intenzione quella di farmi sorridere, ti assicuro che a farmi essere triste son bravissima da sola.” (Laura KoAn)
A me piacciono le conchiglie. Da piccola ne raccoglievo tante. Cercavo quelle più grandi, quelle più belle, quelle che avevano il buchino per farci un bracciale. Poi arrivava l'inverno e le conchiglie le buttavo. "Ne prenderò altre l'anno prossimo", e intanto quei gusci erano lì, nella spazzatura, tra bucce di banana e fogli accartocciati.
Il cielo qui è bellissimo. Azzurro cielo, ora so che colore è. Oggi lo guardavo dal pullman. E pensavo alla mia giornata al mare, pensavo a quanto siano complicate certe cose e facili molte altre, pensavo guardando una nuvola che la prima volta che ho mangiato lo zucchero filato è stata quest'inverno a 23 anni, pensavo alla salsedine che avevo sulle mani, pensavo alle conchiglie, sì, anche alle conchiglie, perché quante storie tra conchiglie e paguri ho interrotto per portarmele a casa e poi buttarle via.
I paguri sono dei crostacei, dei crostacei che per difendersi scelgono accuratamente la conchiglia vuota entro la quale rifugiarsi. E quando ne scelgono una, la scelgono, come si sceglie di amare qualcuno, non perché capita, non perché se ne ha bisogno, ma perché è semplicemente giusta, con i difetti che finisci con l'amare e non con il sopportare. Senza una conchiglia un paguro muore. Muore soffocato. Muore soffocato perché si disidrata dicono, ma forse soffoca perché quando uno è tanto triste che vorrebbe piangere e urlare e piangere e -resisti resisti non piangere forza coraggio non piangere non qui non ora non per questo- gli si ferma tutto lì, tutto in gola. E soffochi.
Sono animali notturni, ma vi immaginate, la sabbia di notte, il mare di notte, il cielo di notte, gli ombrelloni chiusi di notte. E un paguro che è solo. Tutta quella sabbia, non è uno spreco? Tutti quei granelli, che da soli sono nulla e che insieme formano deserti. Come si fa a trovare la conchiglia giusta tra tutte, in tutto questo, con questo buio, con quest'acqua salata che ti porta al largo? Come fai a scegliere quella che sarà la tua casa, la tua vita, in una notte sola? Basta davvero così poco per capire cos'è la cosa giusta da fare, la conchiglia giusta da amare? E quando il paguro cresce, che deve andare lontano, deve cambiare di nuovo e non ha voglia ma se non parte vorrà dire che morirà, che si allontana, che guarda ancora un'ultima volta quella conchiglia, la sua conchiglia, che resterà con la mente inerme e incredibilmente vuota, che porterà questa scena, questa qui, per tutto il resto della sua vita, questo momento triste ma necessario, questo momento in cui si deve sempre partire per cercare se stessi, per amare se stessi, per morire con se stessi, questo momento della conchiglia ferma al chiarore della luna e lui di fronte, ma già lontano, ma ancora un po' vicino. Le onde sbattano contro di loro. La conchiglia viene trascinata un po' più in là. Come se la mano di un amico la costringesse a dire"vai avanti, vieni, lui non tornerà mai più, seguimi, dimentica e sarai di nuovo felice" e se la tirasse via. E il paguro, ha capito che forse una lacrima è solo un pezzo di mare, perché aveva mare addosso ovunque, lacrime addosso ovunque. Se ne andò. La notte è pericolosa e più viva di quanto non si pensi. E questa notte, il paguro andrà via augurando a tutti, tutti davvero, di trovare la propria conchiglia, quella davvero giusta, almeno una volta nella vita.
(Scusatemi. Oggi c'è il Sole, ma è come se avesse piovuto un po'. Mi capita spesso. Ma ho gli ombrelli, questa volta)
Il cielo qui è bellissimo. Azzurro cielo, ora so che colore è. Oggi lo guardavo dal pullman. E pensavo alla mia giornata al mare, pensavo a quanto siano complicate certe cose e facili molte altre, pensavo guardando una nuvola che la prima volta che ho mangiato lo zucchero filato è stata quest'inverno a 23 anni, pensavo alla salsedine che avevo sulle mani, pensavo alle conchiglie, sì, anche alle conchiglie, perché quante storie tra conchiglie e paguri ho interrotto per portarmele a casa e poi buttarle via.
I paguri sono dei crostacei, dei crostacei che per difendersi scelgono accuratamente la conchiglia vuota entro la quale rifugiarsi. E quando ne scelgono una, la scelgono, come si sceglie di amare qualcuno, non perché capita, non perché se ne ha bisogno, ma perché è semplicemente giusta, con i difetti che finisci con l'amare e non con il sopportare. Senza una conchiglia un paguro muore. Muore soffocato. Muore soffocato perché si disidrata dicono, ma forse soffoca perché quando uno è tanto triste che vorrebbe piangere e urlare e piangere e -resisti resisti non piangere forza coraggio non piangere non qui non ora non per questo- gli si ferma tutto lì, tutto in gola. E soffochi.
Sono animali notturni, ma vi immaginate, la sabbia di notte, il mare di notte, il cielo di notte, gli ombrelloni chiusi di notte. E un paguro che è solo. Tutta quella sabbia, non è uno spreco? Tutti quei granelli, che da soli sono nulla e che insieme formano deserti. Come si fa a trovare la conchiglia giusta tra tutte, in tutto questo, con questo buio, con quest'acqua salata che ti porta al largo? Come fai a scegliere quella che sarà la tua casa, la tua vita, in una notte sola? Basta davvero così poco per capire cos'è la cosa giusta da fare, la conchiglia giusta da amare? E quando il paguro cresce, che deve andare lontano, deve cambiare di nuovo e non ha voglia ma se non parte vorrà dire che morirà, che si allontana, che guarda ancora un'ultima volta quella conchiglia, la sua conchiglia, che resterà con la mente inerme e incredibilmente vuota, che porterà questa scena, questa qui, per tutto il resto della sua vita, questo momento triste ma necessario, questo momento in cui si deve sempre partire per cercare se stessi, per amare se stessi, per morire con se stessi, questo momento della conchiglia ferma al chiarore della luna e lui di fronte, ma già lontano, ma ancora un po' vicino. Le onde sbattano contro di loro. La conchiglia viene trascinata un po' più in là. Come se la mano di un amico la costringesse a dire"vai avanti, vieni, lui non tornerà mai più, seguimi, dimentica e sarai di nuovo felice" e se la tirasse via. E il paguro, ha capito che forse una lacrima è solo un pezzo di mare, perché aveva mare addosso ovunque, lacrime addosso ovunque. Se ne andò. La notte è pericolosa e più viva di quanto non si pensi. E questa notte, il paguro andrà via augurando a tutti, tutti davvero, di trovare la propria conchiglia, quella davvero giusta, almeno una volta nella vita.
(Scusatemi. Oggi c'è il Sole, ma è come se avesse piovuto un po'. Mi capita spesso. Ma ho gli ombrelli, questa volta)
Momenti di:
E quindi niente,
Giorni di Sole dentro,
In Puglia la notte è fonda fonda fonda,
Parole parole soltanto parole,
Petali di storie non del tutto vere,
Sindrome pre-mestruale
venerdì 22 aprile 2011
Verticalismi
Ciao, sono Marisa e un mio raccontino è andato a finire qui, sul sito Verticalismi.
Un racconto ovviamente struggente, ovviamente senza happy ending, ovviamente sentimentale, ovviamente con il sottofondo di una canzone che mi piace tanto tanto e che è di quei gruppi che meriterebbero più successo di Vasco Rossi. Una storia nata mentre ascoltavo "Non sono io, sono gli altri" sulla strada per andare all'Ikea. Ricordo chiaramente di averla accennata anche al mio splendido (e anche lui ne parla qui, sul suo blog. Amore, ho fatto una cosa bruttissima: ho rubato questa immagine che hai fatto tu e l'ho pubblicata qui sul mio blog, senza nemmeno chiedertelo. Mi perdonerai, sì?).
Vi invito a leggerla e voglio ringraziare anche qui lo staff di Verticalismi che mi ha ospitato sul sito, Luigi Criscuolo per i disegni, Simone Campisano per il lettering, alle 68 persone che al momento hanno messo il "mi piace", a quelle a cui è piaciuta senza alcun mi piace o alcun commento, a quelli che l'hanno letta e magari hanno anche pensato:"Belli i disegni, ma che merda questa storia!" e un grazie molto particolare va, non per ultimo ovviamente ma anzi, al mio Giuseppe che è solo, soltanto, esclusivamente merito suo se la mia storia è diventata un fumetto degno del sito in questione e di Desdemona. Grazie mille, grazie davvero.
Insomma sembrano ringraziamenti che manco se avessi vinto un Oscar, però a me questi apprezzamenti inaspettati piacciono forse perché non mi sento mai all'altezza delle cose, come il Papa morettiano tipo, e io mi sento sempre in dovere di ringraziare tutti, dal primo all'ultimo, perché un Oscar per me è anche questo, anche senza red carpet e senza troppi fans.
Insomma sembrano ringraziamenti che manco se avessi vinto un Oscar, però a me questi apprezzamenti inaspettati piacciono forse perché non mi sento mai all'altezza delle cose, come il Papa morettiano tipo, e io mi sento sempre in dovere di ringraziare tutti, dal primo all'ultimo, perché un Oscar per me è anche questo, anche senza red carpet e senza troppi fans.
Momenti di:
E quindi niente,
Giorni di Sole dentro,
Petali di storie non del tutto vere,
Trallalalallà
lunedì 18 aprile 2011
Ciao. Il mio numero è scritto dietro. Ciao.
"Quelli della Vergine forse sono un po' così: un po' malinconici, un po' autunnali, solitari, pignoli, pessimi partner e ottimi singoli. Hanno una gran vita interiore che non necessita di mondanità per esprimersi. Nello stesso tempo forse sono fin troppo preda di umor nero, di attacchi di atrabile, insomma di malinconia."
(Tondelli)
Lei era lì, al bar vicino l'Università a bere il secondo caffè della giornata quando ha pensato che sì, Tondelli ha ragione. Era una mattina come tante, una mattina di occhiali e jeans. Un nastro rosso tra i capelli che chiudeva i suoi pensieri, i suoi pensieri di studentessa nervosa e bulimica di vita. I suoi pensieri che cercavano qualcosa, qualcuno. Qualcuno che l'avrebbe svegliata la mattina e non si sarebbe preoccupato dei suoi occhi cerchiati. Qualcuno che avrebbe visto un libro di Snoopy "Sono innamorato, Charlie Brown" e gliel'avrebbe fatto trovare sulla scrivania. Qualcuno che sarebbe andato via sbattendo la porta e sarebbe rimasto lì, ad aspettarla, in macchina, di notte, scrivendole un sms: "Scendi, scema, che andiamo a mangiare una pizza. <3". Qualcuno che le avrebbe baciato gli occhi. Qualcuno che l'avrebbe fatta danzare in un salotto disordinato. Qualcuno che l'avrebbe amata, per i suoi kg di troppo, per le sue cattive abitudini, per le sue lacrime e per le sue gioie. Qualcuno che ci sarebbe stato, e che non avrebbe avuto cuore e occhi e testa per nessuno se non per lei.
Poi.
Gli occhi a volte rotolano su sentieri inesplorati e pericolosi. E uno sguardo è così forte da tenersi o lasciarsi per sempre. Incrocia lo sguardo di qualcuno. Qualcuno che prende la bustina di zucchero di canna e ha una mano sporca d'inchiostro. Colline verdi e fiori e Caran D'Ache e pellicole e sole e vento caldo e carta da acquerello e Nutella e foglie d'acero e l'odore dei libri e luna che sorge da una montagna e musica e De Chirico Klimt Schiele e magie e onde e mari aperti e fusa e tutto quello che di più piccolo c'è e tutto quello che di più grande c'è, tutto, tutto guardando qualcuno, guardando lui. E dietro quella macchia d'inchiostro sulla mano destra, dietro c'è una mano, una mano che gira il caffè, una mano che porta alla bocca il cucchiaino, una mano che lascia il cucchiaino sul piattino, una mano che prende la tazzina, una mano che sta attenta a non bruciarsi, una mano che avvicina la tazzina alla bocca che soffia e che beve, beve in più sorsi, forse due, o anche tre e la bocca che fa una piccola minuscola e deliziosa smorfia e rimette la tazzina sul piattino e sistema il cucchiaino all'interno della tazzina, sorride e prende un tovagliolino (e che odio i tovaglioli dei bar che non asciugano niente che sembrano fogli di carta ma a cosa servono son anche piccoli per scriverci i pensieri e non ci puoi fare i disegni a matita). E dietro tutto ciò c'è qualcuno, qualcuno che dentro cos'avrà, qualcuno che ha dentro e dietro una vita, qualcosa di grande, di così enorme che quella macchia d'inchiostro è come un granello di sabbia nell'universo, talmente piccolo da essere quasi invisibile, ma c'è e a lei basta, e lei ne è attratta e lei ne è sopraffatta e lei ne è impaurita. E dietro e dentro cos'avrà, se avrà avuto l'amore, che libro gli avrà cambiato la vita, che musica ascolta, quanta vita ha vissuto e quanta vorrà viverne e come e dove, in quale parte del mondo vorrebbe andare, altri granelli nel cosmo che però formano pianeti di sabbia e basta un po' di vento che vieni travolto, vieni travolto dalla vita, dalla sua vita. E lei era lì, lì pronta a esser scaraventata in altri mondi, nei mondi di quel qualcuno, in tutti i suoi mondi, quelli bui e quelli pieni di stelle. E lui, questo qualcuno, prende il portafoglio, cerca le monetine, ottanta centesimi e "forse ce li ho giusti, pare che abbia rotto il salvadanaio", e sorride e guarda il cameriere e lei prende la borsa e vorrebbe offrire lei, lei ha ben due euro, gli ultimi del mese prima della ricarica del Postepay, ma spenderli per lui sono un investimento, come comprare un attico a Manhattan a dieci euro. E lei vorrebbe farsi leggere e non raccontarsi e lui avrebbe la vita di lei sotto le sue dita, due notti, dieci al massimo, e lei diverrebbe un romanzo finito e sarebbe il libro preferito di lui.
Lei si alza, lo ferma, gli dà un tovagliolino del bar, gli prende la mano, proprio quella dell'inchiostro, arrossisce, sorride, scappa via è in ritardo e ha una revisione e i suoi disegni stanno ancora asciugando e non ci si dovrebbe mai ridurre all'ultimo momento a fare le cose.
Lui apre il tovagliolino, sorpreso, incuriosito.
"Ciao. Fai una smorfia con la bocca quando mandi giù il caffè, se mi sposi io giuro che riuscirò a spiegarti quanto sia deliziosa, prima o poi. Avremmo una vita davanti, insieme, e forse un giorno troverò le parole, tutte, così da non doverti più dire "Ok, questo non riuscirò mai a spiegarlo a nessuno." Il mio numero è scritto dietro. Ciao."
Poi.
Gli occhi a volte rotolano su sentieri inesplorati e pericolosi. E uno sguardo è così forte da tenersi o lasciarsi per sempre. Incrocia lo sguardo di qualcuno. Qualcuno che prende la bustina di zucchero di canna e ha una mano sporca d'inchiostro. Colline verdi e fiori e Caran D'Ache e pellicole e sole e vento caldo e carta da acquerello e Nutella e foglie d'acero e l'odore dei libri e luna che sorge da una montagna e musica e De Chirico Klimt Schiele e magie e onde e mari aperti e fusa e tutto quello che di più piccolo c'è e tutto quello che di più grande c'è, tutto, tutto guardando qualcuno, guardando lui. E dietro quella macchia d'inchiostro sulla mano destra, dietro c'è una mano, una mano che gira il caffè, una mano che porta alla bocca il cucchiaino, una mano che lascia il cucchiaino sul piattino, una mano che prende la tazzina, una mano che sta attenta a non bruciarsi, una mano che avvicina la tazzina alla bocca che soffia e che beve, beve in più sorsi, forse due, o anche tre e la bocca che fa una piccola minuscola e deliziosa smorfia e rimette la tazzina sul piattino e sistema il cucchiaino all'interno della tazzina, sorride e prende un tovagliolino (e che odio i tovaglioli dei bar che non asciugano niente che sembrano fogli di carta ma a cosa servono son anche piccoli per scriverci i pensieri e non ci puoi fare i disegni a matita). E dietro tutto ciò c'è qualcuno, qualcuno che dentro cos'avrà, qualcuno che ha dentro e dietro una vita, qualcosa di grande, di così enorme che quella macchia d'inchiostro è come un granello di sabbia nell'universo, talmente piccolo da essere quasi invisibile, ma c'è e a lei basta, e lei ne è attratta e lei ne è sopraffatta e lei ne è impaurita. E dietro e dentro cos'avrà, se avrà avuto l'amore, che libro gli avrà cambiato la vita, che musica ascolta, quanta vita ha vissuto e quanta vorrà viverne e come e dove, in quale parte del mondo vorrebbe andare, altri granelli nel cosmo che però formano pianeti di sabbia e basta un po' di vento che vieni travolto, vieni travolto dalla vita, dalla sua vita. E lei era lì, lì pronta a esser scaraventata in altri mondi, nei mondi di quel qualcuno, in tutti i suoi mondi, quelli bui e quelli pieni di stelle. E lui, questo qualcuno, prende il portafoglio, cerca le monetine, ottanta centesimi e "forse ce li ho giusti, pare che abbia rotto il salvadanaio", e sorride e guarda il cameriere e lei prende la borsa e vorrebbe offrire lei, lei ha ben due euro, gli ultimi del mese prima della ricarica del Postepay, ma spenderli per lui sono un investimento, come comprare un attico a Manhattan a dieci euro. E lei vorrebbe farsi leggere e non raccontarsi e lui avrebbe la vita di lei sotto le sue dita, due notti, dieci al massimo, e lei diverrebbe un romanzo finito e sarebbe il libro preferito di lui.
Lei si alza, lo ferma, gli dà un tovagliolino del bar, gli prende la mano, proprio quella dell'inchiostro, arrossisce, sorride, scappa via è in ritardo e ha una revisione e i suoi disegni stanno ancora asciugando e non ci si dovrebbe mai ridurre all'ultimo momento a fare le cose.
Lui apre il tovagliolino, sorpreso, incuriosito.
"Ciao. Fai una smorfia con la bocca quando mandi giù il caffè, se mi sposi io giuro che riuscirò a spiegarti quanto sia deliziosa, prima o poi. Avremmo una vita davanti, insieme, e forse un giorno troverò le parole, tutte, così da non doverti più dire "Ok, questo non riuscirò mai a spiegarlo a nessuno." Il mio numero è scritto dietro. Ciao."
Momenti di:
Amore,
Caffè nero come una notte senza luna,
Era una notte insonne,
Notti,
Petali di storie non del tutto vere
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