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giovedì 15 novembre 2012

Cose che potrebbero succedere nel mondo del lavoro e dell'arte.

Inizierò questo post con una premessa.
Dal 04/06/2012 ad oggi ho inviato in tutto 151 curriculum vitae.
Mi hanno risposto con un "abbiamo letto il suo cv e ci interesserebbe" in 14.
Mi hanno risposto con un "no, grazie, non ci servi, siamo ai ferri corti"in 6.
Tutti gli altri, circa 131, non mi hanno scritto niente, nemmeno una parolaccia, nemmeno una pernacchia.
Tra quei 14, una galleria di Roma, la Hybrida Contemporanea, mi ha dato una quasi buca il giorno del colloquio, perché se n'erano dimenticati. Un'altra finta galleria milanese che "bellissimi i tuoi lavori, li vorrei esporre" nel momento definitivo sono scomparsi. Un'altra galleria torinese non mi avrebbe rimborsato i biglietti del treno e niente, io non sono ricca. Poi tra questi 14 c'è un'Agenzia Immobiliare e un'Agenzia di moda ed entrambi mi volevano fare il colloquio perché ho un "viso interessante" quindi sì, lusingata ma ciao. Alla fine ho potuto collaborare con pochissime persone, 5 in tutto. Nessuno mi ha pagata.
Nessuno mi paga la frustrazione di aspettare mail che puntualmente non arrivano. Nessuno mi paga il tempo che spendo nel cercare annunci e gallerie o musei dove inserirmi. Nessuno mi paga la speranza quando premo invio. Nessuno mi paga la convinzione che non funzionerà nemmeno stavolta quando premo invio. Però continuo imperterrita. Perché io lavorerei in una galleria d'arte o in un museo o in una fondazione o in una casa d'aste o ovunque dove ci siano opere d'arte e mostre, e ci lavorerei pure gratis. Non per sempre, ovvio, ma per un bel po' sì. Se mi dessero 10 euro al giorno potrei essere pure felice.
Ho fatto gratuitamente sempre e solo cose che mi piacevano, che poi mi davano pure qualcosa di bello da inserire nel cv.
Poi succede che sento dire di giovani come me che se non vengono pagati profumatamente, ma vengono pagati un po' meno (perché hanno la fortuna di essere pagati per quello che fanno) non fanno le cose. No, o così o niente. O il gelato al cremino o niente.
Una cosa rispettabile e legittima, eh.
Però se a me una galleria mi chiedesse di fare un lavoro per loro, che mi pagherebbe anche se non quanto io vorrei, io mi ci fionderei. Perché per me è vero quando dico che certe cose bisogna farle anche solo per esperienza, anche solo, purtroppo, per riempire il cv. E poi perché, sì è un lavoro, ma un lavoro che mi piace e che farei volentieri tutti i giorni tutto il giorno e se io non ci rimetto un euro e mi pagano pure sarei proprio fortunata.
Quindi ecco, forse sbaglio io. Forse la Fornero aveva ragione quando ci ha definiti tutti 'na massa di choosy.
Però se uno decide di fare dell'arte il proprio mestiere, essere pagati anche meno di quanto ci si aspetti dovrebbe essere fantastico lo stesso, perché ti stanno dando un compenso monetario per qualcosa che costa sicuramente fatica ma anche tanto piacere e soddisfazione.
Forse sono strana io.

sabato 28 luglio 2012


Quando l'ho vista la prima volta me ne sono innamorata. Piccola, bella e bianca (bianca perché in limited edition) in una vetrina online. Poi è diventato il regalo di Natale del mio ragazzo che, poverino, asseconda sempre le mie chiacchiere e i miei desideri che hanno la fotografia come protagonista (grazie soprattutto per la pazienza, amore). L'ho sognata per giorni prima che arrivasse. Giorni, davvero.
Poi un bel giorno era lì. Nella sua scatola Lomography. Era proprio così, era proprio piccola, bella e bianca.
Il primo rullino è stato una Kodak EliteChrome. Ho scattato solo in un formato (con la Diana mini il bello è quello, che ha un formato 24x17 e uno 24x24 e che puoi scegliere quando e quale formato adoperare, anche a rullino iniziato. Se si dovesse inceppare il rullino al cambio formato, basta premere il pulsante di scatto e far avanzare come di consueto) ed è durato tantiiiissimo, considerando anche che ero senza flash (e che è bene non scattare di sera senza flash con la piccola) e che non sempre era con me nelle ore diurne.
E' leggerissima, e davvero minuscola. Poi facilissima da usare: il disegnino di un sole e di una nuvola indica quale apertura del diaframma usare (F/11 sole- F/8 nuvoloso quindi basta che alziate gli occhi al cielo per vedere cosa scegliere). C'è poi da scegliere la velocità dell'otturatore. N o B. N è quella che consiglierei sempre, perché la B (bulb) è indicata per lunghe esposizioni e c'è quindi sempre bisogno di un treppiede per scattare in quella modalità.
Infine, c'è da scegliere la messa a fuoco: 0.6m, 1-2m, 2-4m, 4-infinito m. Di solito vado a puro intuito in base a quanto il soggetto da immortalare mi sembri vicino o distante. Il rischio di scattare ad istinto può essere che non sempre venga messo ben a fuoco, però tra i punti chiavi della filosofia lomo è anche il "non pensare e scatta" quindi la fotografia può essere perfetta anche con i suoi difetti.
Ora è qui, e ogni volta che la vedo sorrido.
Perché rappresenta un Natale speciale, perché è adorabile, perché fa fotografie che fanno un baffo a Photoshop e Instagram.
Perché è qui, ed è bellissima.

domenica 22 luglio 2012

venerdì 30 dicembre 2011

Bilancio Duemilaundici.

In ordine casuale e in poche, pochissime parole, il mio duemilaundici è stato:
i muffin di Giuseppe, la mia laurea, l'estate calda e i DUE giorni di mare, amici che amici che non si sono rivelati tali ancora una volta, San Marino e Rimini con Desdemona e Giuseppe, Mirty Chibibì e tutto quello che mi ha regalato e che spero continuerà a regalarmi, 5396 fotografie, i regali di Giuseppe, le mie attenzioni per Giuseppe, le mie lacrime che quelle non mancano mai insieme alle risate, il matrimonio di una vecchia amica, Firenze e Mc Donald's con Emma, la mia prima mostra personale di fotografia, gli Alinari, Diabolik e il tasto mostro, gli acquerelli e l'acqua che ci cade sopra, le cene con Giuseppe e le sue imitazioni, i film, la bellezza di Torino, la specializzazione, la nuova coinquilina, i libri da finire di leggere, il tango e il Sashall, i cornetti di Campo di Marte, Polaroid e Diana Mini, il freezer sbrinato, rullini e pellicole.
E in questo fine anno, le uniche persone che mi sento di ringraziare sentitamente e con tutto il mio cuore sbatacchiato e pieno, sono la mia famiglia e Giuseppe.
Semplicemente grazie, per esserci.

mercoledì 3 agosto 2011

“e se non hai come unica intenzione quella di farmi sorridere, ti assicuro che a farmi essere triste son bravissima da sola.” (Laura KoAn)

A me piacciono le conchiglie. Da piccola ne raccoglievo tante. Cercavo quelle più grandi, quelle più belle, quelle che avevano il buchino per farci un bracciale. Poi arrivava l'inverno e le conchiglie le buttavo. "Ne prenderò altre l'anno prossimo", e intanto quei gusci erano lì, nella spazzatura, tra bucce di banana e fogli accartocciati.

Il cielo qui è bellissimo. Azzurro cielo, ora so che colore è. Oggi lo guardavo dal pullman. E pensavo alla mia giornata al mare, pensavo a quanto siano complicate certe cose e facili molte altre, pensavo guardando una nuvola che la prima volta che ho mangiato lo zucchero filato è stata quest'inverno a 23 anni, pensavo alla salsedine che avevo sulle mani, pensavo alle conchiglie, sì, anche alle conchiglie, perché quante storie tra conchiglie e paguri ho interrotto per portarmele a casa e poi buttarle via.
I paguri sono dei crostacei, dei crostacei che per difendersi scelgono accuratamente la conchiglia vuota entro la quale rifugiarsi. E quando ne scelgono una, la scelgono, come si sceglie di amare qualcuno, non perché capita, non perché se ne ha bisogno, ma perché è semplicemente giusta, con i difetti che finisci con l'amare e non con il sopportare. Senza una conchiglia un paguro muore. Muore soffocato. Muore soffocato perché si disidrata dicono, ma forse soffoca perché quando uno è tanto triste che vorrebbe piangere e urlare e piangere e -resisti resisti non piangere forza coraggio non piangere non qui non ora non per questo- gli si ferma tutto lì, tutto in gola. E soffochi.
Sono animali notturni, ma vi immaginate, la sabbia di notte, il mare di notte, il cielo di notte, gli ombrelloni chiusi di notte. E un paguro che è solo. Tutta quella sabbia, non è uno spreco? Tutti quei granelli, che da soli sono nulla e che insieme formano deserti. Come si fa a trovare la conchiglia giusta tra tutte, in tutto questo, con questo buio, con quest'acqua salata che ti porta al largo? Come fai a scegliere quella che sarà la tua casa, la tua vita, in una notte sola? Basta davvero così poco per capire cos'è la cosa giusta da fare, la conchiglia giusta da amare? E quando il paguro cresce, che deve andare lontano, deve cambiare di nuovo e non ha voglia ma se non parte vorrà dire che morirà, che si allontana, che guarda ancora un'ultima volta quella conchiglia, la sua conchiglia, che resterà con la mente inerme e incredibilmente vuota, che porterà questa scena, questa qui, per tutto il resto della sua vita, questo momento triste ma necessario, questo momento in cui si deve sempre partire per cercare se stessi, per amare se stessi, per morire con se stessi, questo momento della conchiglia ferma al chiarore della luna e lui di fronte, ma già lontano, ma ancora un po' vicino. Le onde sbattano contro di loro. La conchiglia viene trascinata un po' più in là. Come se la mano di un amico la costringesse a dire"vai avanti, vieni, lui non tornerà mai più, seguimi, dimentica e sarai di nuovo felice" e se la tirasse via. E il paguro, ha capito che forse una lacrima è solo un pezzo di mare, perché aveva mare addosso ovunque, lacrime addosso ovunque. Se ne andò. La notte è pericolosa e più viva di quanto non si pensi. E questa notte, il paguro andrà via augurando a tutti, tutti davvero, di trovare la propria conchiglia, quella davvero giusta, almeno una volta nella vita.

(Scusatemi. Oggi c'è il Sole, ma è come se avesse piovuto un po'. Mi capita spesso. Ma ho gli ombrelli, questa volta)

martedì 17 maggio 2011

Faccio cose, vedo gente, mangio cetrioli.

Da piccola volevo lavorare in un circo, nonostante la mia massa grassa che a quell'età mi avrebbe permesso di interpretare solo la bambina cannone.
Poi volevo fare la pediatra, perché da bambina mi piacevano i bambini.
Poi la ginnasta, perché facevano un cartone animato su Italia Uno e mi sembrava più plausibile fare lei che non una guerriera Sailor.
Poi l'avvocato, perché volevo una macchina rossa e grossi occhiali da sole. E perché vedevo Ally Mc Beal.
Ora vorrei fare quella che inventa le parole, vorrei anzi averle inventate io certe parole come "sternocleidomastoideo", "rorido", "amatriciana", "bifidus", "crepuscolo" e tante altre.
Ora vorrei fare il dio delle città.
Ora vorrei far parte dei maitre chocolatier Lindt.
Ora vorrei essere una fotografa. Di quelle che guardi le loro foto e ti si ferma il respiro per un istante.
Ora vorrei essere un aiuto regista, va bene anche portare caffè a tutti e sono brava pure a scegliere dolci buoni ed economici.
Ora vorrei lavorare nella cucina di un ristorante. Forse va bene anche una friggitoria, basta ci sia l'aceto balsamico.
Ora vorrei sapere tantotantotantotutto di Storia dell'Arte, contemporanea. E restaurarla.
Ora vorrei essere in una galleria d'arte, una qualunque, anche una che non ha soldi.
Ora vorrei lavorare in un museo, d'arte contemporanea.
Ora vorrei parlare a ragazzi un po' più giovani di me di Fotografia o Cinema o Arte e io sarei buona agli esami, che tanto se una materia piace uno se la studia, se no non sono fatti miei.
Ora vorrei essere quelli che provano le cose da mangiare e poi dicono "Ottimo""Buono""Così così" e lo scrivono da qualche parte.
Ora vorrei fare un libro illustrato, di cucina.
Ora vorrei inventare un brand. Di donne grasse e felici.
Ora vorrei diventare una scrittrice. Scrivere di qualunque cosa. Su qualunque cosa. E farlo bene.
Ora vorrei fare quella che sceglie di quale rosso andrebbero fatte le copertine di certi quaderni.
Ora vorrei essere uno di quelli che inventano le cose inutili Ikea che vengono puntualmente acquistati dalla sottoscritta.
Ora vorrei fare quelli che cuciono (cuciono, vorrei aver inventato anche questa parola) i vestiti bianchi in pizzo Sangallo.

La tesi. Mi aspetta la tesi.

lunedì 28 marzo 2011

In più, mangio anche io troppo cioccolato.

A volte certe parole sono come la vernice pollockiana che sporca un muro fatto di silenzio.
Vernice rossa.
Rosso, rosso come le tegole di certe case. Rosso come le cassette delle poste, come il tappo della Coca Cola. Rosso come certe spezie. Rosso come gli autobus londinesi. Rosso come le maglie di Che Guevara. Rosso come il sipario di un teatro. Rosso come le foglie d'acero. Rosso come le copertine di certi libri.
A proposito di libri ne sto leggendo almeno tre tutti insieme (beh, escludendo il favoloso fumetto del mio splendido fidanzato). C'è quello che leggo con attenzione, per avere un humus florido per coltivare poi quell'albero che spero frutti una buona tesi. C'è quello che leggo con quella sensazione di struggimento sottile e continuo, prima di addormentarmi. E poi c'è quello che leggo lentamente, perché è il libro che ho tra le mani mentre aspetto che mi si cuoce la cena, anche perché ho ampiamente appurato che guardando continuamente la pentola piena d'acqua questa non bolle prima, quindi tanto vale. Le pagine sembrano tutte uguali, l'odore è sempre lo stesso e poi, basta girare che cambi vita, che cambi scenario, che la montagna si scioglie e diventa oceano e il tuo personaggio cresce e poi lo immagini ingenuo come un bambino, che è freddo ma è estate e non c'è il sole ma poi spunta e hai già l'ombrello. C'è che non ti aspetti mai cosa trovare alla pagina successiva, come nella vita. In fondo non sono due mondi così diversi quelli della letteratura e quella che viviamo giorno dopo giorno.
Comunque, tutte queste chiacchiere, solo perché volevo lamentarmi un po', lamentarmi di questa giornata di pioggia, lamentarmi di aver mangiato troppo pane e formaggio a merenda e di questa tesi che proprio non riesco a scriverla.
Un giorno saprò bene cosa scrivere anche su questo mio blog (e stasera ho messo mano anche alle robe HTML. No, dico, IO che pure per montare una scatola di cartone Ikea ho bisogno delle istruzioni), forse basterà non scrivere mentre sono assonnata o quando sono in piena fase digestiva. 
Un giorno "tenterò di spiegarmi e ne verrà fuori un romanzo".


domenica 27 marzo 2011

E che si dormiva un'ora in meno l'avevo notato

L'ora legale, le cinque del pomeriggio, la pioggia stanca, l'Esselunga aperta l'ultima domenica del mese, mini cactus e Van Gogh, sapori pugliesi, pentole e coltelli, bicchieri che calici sarebbe meglio, il senso della vita, non andare via uffa mercoledì è lontano, le due di notte, commenti, piccoli e grandi successi, telefilm con attori che erano bambini e che non hanno imparato a recitare nemmeno ora che hanno trent'anni, biscotti al cocco, sonno, luci da albero di Natale che vorrei tutta la parete così ché a me le magie piacciono.

E le cipolle, quella che ho fotografato e che ho tagliato per il soffritto, che non solo quelle fanno piangere, che Gibran lo diceva che deve esserci qualcosa di sacro nel sale se si trova nel mare e nelle lacrime e ci credo, che a volte le lacrime lavano, che a volte servono, che a volte sono calde e fanno male, ma che altre volte sono belle. Sono di gioia.

lunedì 21 marzo 2011

ché la Coca Cola nella bottiglia di vetro bevuta con una cannuccia rossa è più Coca Cola.

Ho passato la notte fiorentina tricolore dei 150 anni di un'Italia "unita", un fine settimana di tango e cibo, la Luna in perigeo, la devastazione dello tsunami giapponese, l'inizio della guerra che non ci riguarda (forse) ma sempre guerra è. Ma oggi è ufficialmente primavera. La primavera che cade di lunedì è un buon segno, io il lunedì inizio sempre tutto quello che devo iniziare, ché io non capivo quando imparavo a memoria la canzone di Happy days (alle elementari le maestre insegnano cose strane ai bambini) che faceva "Sunday monday happy days" etc., e non capivo proprio come gli inglesi partono dalla domenica a cantare o contare o cosare in generale.
Comunque, sto divagando come spesso succede. In fin dei conti, volevo solo segnalare il penultimo appuntamento col mio raccontino su quel sito fantastico che è SettePerUno.  
Ora ho la cena sul fuoco, nel frattempo mangio il pane (pane, maledetto pane), ho il libro di Foer sul tavolo e ho disegnato queste due donnacce mentre facevo quel rumore fastidioso di quando si beve con la cannuccia ed è finito quello che stai bevendo, quel rumore che generalmente precede alla masticazione della cannuccia stessa.
Ora è pronto e alzo il volume dei Amor Fou.


domenica 6 marzo 2011

Parentesi e parole

Oggi è stata una così bella giornata che sono come assuefatta. Il che finalmente potrebbe ripulire un po' il mio karma nero come la pece (nero come la pece. Oddio, da quanto non utilizzavo questa espressione. Forse da quando alle elementari la mia maestra mi spiegò cosa fosse la pece. Pece. Pensa, la pece è nera e poi cambi una vocale, una lettera, e diventa pAce e la pace non dovrebbe essere tutta bianca?), potrebbe ripulire la mia anima appesantita come il petrolio appesantisce il volo dei gabbiani.
E mi servirebbe in effetti, specie che siamo in vista tesi (vabbeh, ci vogliono dei bei mesi ancora però io mi sento comunque in ansia) e io non so ancora da dove diamine (vedi, è proprio una bella giornata, che non dico nemmeno parolacce e dico diamine) cominciare a scriverla. Quello che ho letto l'ho dimenticato. Me lo ricorderò probabilmente tra anni, per qualche assurda associazione mentale. O mai più. E poi, il titolo è difficile e non so se sarò all'altezza di svilupparlo per bene. Alla fine uso un sacco di parole (parole così grandi che se fossero persone sarebbero dei giganti, ma dei giganti-buoni-pensaci-tu come quelli delle vecchie pubblicità della Mulino Bianco) in queste tesi e tesine e mi sembrano sempre troppo poche, a tratti anche vuote. E alcune di esse sono così tecniche che mi sforzo anche a ricordarle come quando devo dire nel mezzo di un discorso in cui parlo più o meno speditamente la parola "intraprendere", che mi impappino sempre (Intraprendere. Ci pensavo giusto qualche giorno fa che è una parola che non so dire bene. Intraprendere. E' che ci sono solo cinque vocali per una parola di tredici lettere e poi delle erre che sono troppo vicine, che si rincorrono troppo velocemente. Intraprendere. Però non mi manca la erre ma quando mi sentirete parlare potrete sentire il mio "Intrapendere.. inta.. in-tra-prendere", insomma come se fosse una piccola pubblicità all'interno del discorso).
Comunque, come ho scritto nel post precedente, oggi i mandorli erano in fiore. Io dormo ancora con il pigiama pesante e i termosifoni sono accesi ma se i mandorli sono in fiore allora va bene, allora c'hanno ragione loro che è primavera e siamo noi che non ce ne accorgiamo.
Domani inizia il nuovo, ultimo (ma solo del triennio) semestre. E c'è l'ultimo (ma solo per tre mesi) pranzo con i miei che sono nella città adottiva per vedere la casa in cui vivo da Ottobre. Questa invece è l'ultima notte che faccio così tardi (ma tanto non ci crede nessuno).


(Ma quante parentesi ho usato? E' che sono belle, le parentesi. Sono una pausa, ma una pausa non come le pubblicità durante i film in tv, ma la pausa come la ricreazione. Sono l'apnea, sono i bambini che al mare si tappano il naso con le mani e poi ingoiano l'acqua salata. Sono il respiro dopo essere andati in apnea. Le parentesi sono come delle bolle, che dentro ci può essere un altro mondo, epperò volano e non le prendi e sono libere. Le parentesi sono libere, libere di poter dire qualunque cosa, anche ciò che non c'entra nulla con quello che stai dicendo. Le parentesi sono come una lettera inaspettata in una giornata caotica, sono come le bollicine d'aria che si forma in alcuni bicchieri o vasi di vetro. Sono intoccabili.)
(Ah, e tra parentesi a me da bambina, alle elementari per l'esattezza, mi piacevano molto di più quelle graffe. E piacevano anche alla mia amichetta del cuore dell'epoca, ché secondo noi erano più belle. E poi sono come dei piccoli disegnini. E poi sono eleganti. E poi a matematica, se le espressioni fossero fatte solo di parentesi di graffe e non di numeri, io sarei stata la prima della classe. Sono una ragazza intrapendente.. inta.. in-tra-pren-dente)

lunedì 7 febbraio 2011

A me certe canzoni ispirano un sacco di storie. Questa, per esempio.

Soundtrack: Il Disordine delle cose perse - Non sono io, sono gli altri

Una coppia. Una coppia giovane, giovane ma non troppo. Una coppia che non sai bene se quelle rughe che hanno intorno agli occhi ci siano perché hanno pianto o riso troppo. Un uomo e una donna. Un uomo e una donna che si vedono sempre. Si vedono in metro nonostante il giornale davanti il naso e nonostante il sole negli occhi che entra dal finestrino. Si vedono nello stesso bistrot convenzionato con la loro azienda per la pausa pranzo. Probabilmente abitano anche vicino, in quella zona della città in cui gli affitti costano ma è più bella. I loro sguardi si conoscono, si accarezzano per pochi eppur lunghissimi istanti ogni giorno. Per mesi. Per mesi. Per mesi. Buffo quante cose si possono dire non parlandosi mai.
Lui la vede in metro anche stamattina. Ha gli occhi segnati e una valigia ai piedi. La fermata è quella dopo. La fermata successiva è una stazione. Una stazione piena di abbracci e gente che corre, oblitera biglietti e parla ai cellulari. Anche lei ha un treno da prendere. Si confonde con la frenesia della mattina. Probabilmente ha un amore lontano da raggiungere, probabilmente è stanca della città, probabilmente ha solo avuto un paio di giorni liberi dal lavoro e torna dalla sua famigliola piccola e modesta. Legge sul suo biglietto il posto e la carrozza, si guarda intorno come a fare un distratto studio antropologico, vede lui sulla linea gialla. Sono uno di fronte l'altra, adesso. Non parlano con la voce, ma i loro pensieri tra caos e parole non dette, comunicano più di una poesia. 
E' tardi.
Lei sale. Lui continua a guardarla. Avrebbero così tante cose da dirsi. E invece lei è salita, continua a dargli le spalle. Lui continua a guardarle la schiena. Lei non riesce a girarsi, non vuole, non può, vorrebbe, potrebbe. Lei guarda davanti a sè, abbassa lo sguardo. Cosa c'è di più straziante del soffocare l'amore? Eppure è quello che i due stanno facendo. Si chiude lo sportello del treno.
Non sapranno mai niente l'uno dell'altra. 
Non sapranno nemmeno che hanno versato la stessa identica lacrima nello stesso identico istante.

Il treno va. 
Eppure, non c'è nulla di più immobile di loro due.


lunedì 20 dicembre 2010

http://www.youtube.com/watch?v=5_5wIvSh-LU&feature=related

Che io e il mio DibAmore balliamo il tango lo sappiamo, lo sapete tutti anche perché lo dico a chiunque.
Oggi avevo particolare nostalgia delle nostre lezioni, che a me piacciono perché ridiamo, ci muoviamo, ci pestiamo i piedi, siamo stretti e poi ci compriamo le brioches calde prima di andare a casa. Fatto sta che mi sono imbattuta in una poesia, bellissima, di Tiziana Monari, che riporto qui. La cosa mi ha ispirata e c'ho fatto un disegno (ma il disegno in sè, ovvero le due gambe, l'ho visto on-line. L'ho copiato e cambiato, poi. Oh, lo dicevano anche i grandi pittori che in arte non si ruba ma si copia!) che pubblico.

È un tango argentino
un violino tzigano nell'aria
una carezza di memorie lontane

è musica che entra nel sangue
gonfiando le labbra
odore di tabacco tra i denti.

È un uomo dagli occhi d'argento che porta un cappello
sfiorando lieve la mia vita di neve

è un rosso damasco
una danza selvaggia
è energia che riempe le gambe.

È uno scialle da zingara
una musica che cresce impetuosa
avvolge e conquista

è un tango argentino
un coltello di sangue e passione
è cuore e castigo
gelosia che consuma vendetta

ed è nero negli occhi
passione poi fuoco
parole d'amore che sfiorano appena

e io mi muovo sicura
le tue mani che mi cingono i fianchi
all'ombra dell'ultima rosa.


sabato 27 novembre 2010

Peniserini confusi, inutili e assonnati

Oggi il cielo è limpidissimo. Di quello che mica esiste, che per farlo devi andare al tuo negozio di belle arti, il Salvini tipo, e dirgli:"Che colore uso per dipingere questo cielo, non uno normale, ma questo qui proprio, vedi, esci, affacciati e vedi, vedi che toni, vedi che chiaro, vedi che compatezza, senza una nuvola senza una scia senza un difetto?"
E anche il freddo pizzica, punge come un cactus nel deserto.
Secondo caffellatte della giornata. Caldo e dolce. Non capisco chi lo prende amaro. Caffellatte è una parola che si dovrebbe scrivere tutt'attaccata, che non è corretto ma che è più bello, sa più di colazione e momento sereno anche con mille problemi se scritto insieme e con due elle, una parola dolcissima che necessita per forza di una zolletta di zucchero.

Fa freddo, ma mi piacerebbe uscire, prendere delle foglie autunnali, anche quelle cadute su strada e appenderle in camera come fotografie.

martedì 16 novembre 2010

Damn!

Mi guardo intorno e vedo gente e cammino e sono senza lettore mp3 e ho fatto colazione ed è come se non mangiassi da giorni, come se non avessi uno stomaco e andare in accademia o restare sotto le coperte è la stessa cosa e i biscotti danesi aromatizzati non sembrano così buoni come pensavo che fossero e metto la pentola colma d'acqua sul fuoco e mi metto al tavolo a leggere sperare sognare mettersi le mani tra i capelli e non accorgersi che l'acqua bollente è evaporata e rimetterla ancora e non avere voglia di preparare un sugo e c'è da finire il burro e prendere la reflex e fotografare senza aspettative e posarla e fare merenda e contare crediti e aspettare la mattina seguente che sarà come se non arrivasse mai e chiedersi se tutto ha un senso o se è tutto solo una grande presa per il culo e non sapere che fare, come fare e disegnare una me che è triste e strappare il foglio e pensare che io vorrei lavorare per fare quello che mi piace e poi anche per scherzo immaginarsi a bere Martini con quelle sette persone importanti durante il vernissage, il tuo chil'avrebbemaidetto, e la folla che riempie le piazze è quella che crei tu con le cose hai dentro, con quelle sette persone che sono sempre le stesse e sempre di meno di anno in anno e concorsi e speranze e nessuna proposta e fino a qualche anno fa il mondo era tutto tuo, ogni centimetro potevi possederlo se solo avessi voluto e invece ora è diventato come il cesso di un pub, sporco e sempre occupato da chi nemmeno centra la tazza eccheccazzo andargli incontro comunque e lui continua a girare senza di te e ti sembra di non riuscire a salirci e aspettare la sera e poi la notte e il latte caldo con due zollette di zucchero e non avere il coraggio e logorarsi e vedere i Griffin e cercare di piangere prima che il palloncino di lacrime, acqua e sale, mare, scoppi da solo e non riuscirci e andare a letto e dire poi basta. Dire basta.

lunedì 8 novembre 2010

Hermes

Ho sempre ascoltato mia madre quando mi raccomandava in tono minaccioso e spaventoso di non appoggiare mai le mie grosse natiche su water altrui, quelli degli autogrill in primis. Un problemone per tutte le donne, credo, per me sicuramente, perché stare in equilibrio senza appoggiarsi coi muscoli che accusano il non aver mai fatto sport e che cominciano a tremare, tenere la borsa senza farla appoggiare, perché la mamma diceva anche di non appoggiare niente a terra specie negli autogrill, che se la tengo solo con una mano mi sbilancia perché è pesantissima, piena di scontrini, porta assorbenti anche se non hai le mestruazioni, bottigliette d'acqua, astucci, matite abilmente fottute all'Ikea, scontrini e fazzoletti che, cazzo manca la carta igienica e non ho i fazzoletti (che troverai quando arrivi a casa, ovviamente), avere nella testa il viso di tua madre con dito indice alzato e sguardo minaccioso, pensare che se tocchi "Oddio mi verranno orrende ed enormi e puzzolenti pustole e non potrò più fare l'amore, fare la pipì"... E poi si chiedono perché andiamo in bagno sempre in due, noi donne.
Ma non è di questo che voglio scrivere, adesso.
Volevo appunto dire che io l'ascolto mia madre anche se non ci crede. E l'ascoltavo anche quando lei si raccomandava di non far cadere a terra il termometro. Pensavo da piccola che sprigionasse onde malefiche e mortali se si fosse rotto e da sempre l'ho maneggiato con cura, come le bottiglie di vetro con dentro le barche anche se ero convinta che se si fossero infrante, le barche potevi poi gettarle in mare e avrebbero navigato davvero e non ci sarebbe stata tempesta o marea a distruggerle e forse era proprio questa la vita giusta per loro, come uccelli in gabbia che vivono guardando il cielo e pensando che il loro vero posto nel mondo è una nuvola.
Ora misuravo la febbre, che sono raffreddata e rincoglionita. E ho pensato che adesso i termometri li fanno tutti digitali. E quindi, a me dispiace un sacco davvero adesso non aver mai rotto un termometro. Essermi persa una danza folle e ordinata di palline di mercurio che si spargono sul pavimento. E sarebbe stato bellissimo, per me, vedere quella dolce e piccola e magari lenta disfatta.