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giovedì 20 settembre 2012

Il compleanno lo si passa con le persone giuste in 50mq.

E' il 28 settembre del 1987 e sono le 11 in punto del mattino. Alla giostra del trono, a due passi del trenino dei Carpazi, la macchina per impastare dolci impasta dolci. Nello stesso momento su una panchina di Place Villette, Felìx scopre che ci sono più connessione possibili nel cervello umano che atomi nell'universo. Nel frattempo ai piedi del Sacro Cuore le benedettine migliorano il rovescio, la temperatura è di 24° Celsius, il tasso di umidità di 77 e la pressione atmosferica di 990 etto-pascal.
Il favoloso mondo di Amèlie.


















E' il 19 settembre del 2012 e sono le 9 in punto della sera. Alla cioccolateria Venchi, a due passi dalla statua del Porcellino, la macchina che fa colare cioccolato cola cioccolato. Nello stesso momento su un gradino di Piazza Santa Croce, un barbone scopre che ci non ci sono più le mezze stagioni. Nel frattempo ai piedi di Santo Spirito dei ragazzi migliorano il rovescio, la temperatura è di 24° Centigradi, il tasso di umidità 77 e la pressione atmosferica di 900 etto-pascal.

venerdì 24 agosto 2012

sette giorni

Caldo. Sudore. Bagagli. Polo. Tshirt di Haring. Primo giorno a casa a mare. Alba. Tramonto. Molo. Bagni di pomeriggi. Scarpe. Vesciche. Sabbia. Tarallini. Pesto. Paura. Corse. Pullman e autisti nervosi. Pulizie. Spese rumene. Caldo. Sudore. Monte Sant'Angelo. Ostie con le mandorle. Grotte. Templari. Quartiere Yunno. Pulsano. Teutonici. Lidi. Freddo delle 6. Colazioni. Pelle rossa. Fiori. Aperitivi che sono cene. Film. Castel del Monte. Agriturismi. Trani. Mare. Rullino finito. Quartiere ebraico. Caldo. Sudore. Gelato. Bar Blu. Panzerotti. Pianoforte. Tshirt di Valentina. Treno. Caldo. Sudore.


Tu.

Noi.

lunedì 23 luglio 2012

Già mi manchi.

Oggi parto e vado nella mia dolceamara Puglia.
Fa freddo mentre aspetto la coincidenza a Bologna e va bene, meno bene l'aria condizionata dei Freccia Rossa.
Va bene la famiglia che non vedo da mesi, va bene che porto a casa tre esami e una lode, va bene e non va bene l'abbondanza di cibo, va bene il rivedersi con le amiche di sempre, va bene la mia camera che ormai non è più mia.
Va male, malissimo, malissimissimissimo che non dormirò con te in tutte queste notti, che saranno più buie se non sei con me.


Primo sviluppo della Diana e sono felice.

Oggi sembra un giorno di settembre.
E forse è per questo che oggi è un giorno bellissimo, come quello del mio compleanno.
Ho preso i provini dello sviluppo del rullino della mia piccola e meravigliosa Diana, una macchinina fotografica piccola, bianca, lomografica e plasticosa.
Chi usa solo Instagram non può capire.
Il rullino, che io non ne ho mai messo uno in vita mia, che la mia prima macchina è stata una compatta digitale. Prenderlo, sentirne l'odore, pensare che è emulsione e acidi, che è organico e chimico, gelatina e argento. Inserirlo dentro il corpo della macchina fotografica, girare, chiudere e chiudere anche gli occhi perché da qui in poi tutto deve essere fatto al buio.
L'attesa per andare a ritirare il rullino sviluppato, quel chissà che è dietro ogni click, chissà se viene, chissà se esce, chissà se il cielo sembrerà così azzurro come lo vedono i miei occhi. E intanto scattare. Scattare e aspettare, come un rito, facendo crescere il desiderio di vederle tutte quelle immagini.
Un rito, ecco cos'è la fotografia analogica. Un rito, e io penso che un rito è come una magia. La fotografia è magia.
E sono davvero felice, oggi.



domenica 19 febbraio 2012

Bencini Comet


Correggeva il caffè.
Si accendeva la sigaretta sempre alle 23.20.
Apriva sempre la finestra alle 23.27.
Guardava fuori.
La nebbia la amava. Era come nella sua testa. C'era qualcosa di chiaro sotto tutta quella bruma aggrovigliata dei ricordi. C'era ma non sapeva dove.
Chiudeva sempre la finestra alle 23.43.
Prendeva una scatola, alle 23.50. Si sedeva accanto. Sembravano conoscersi da tempo. Sembrava avessero tanto da dirsi. La apriva sempre, quella scatola. Ci guardava dentro. E i sogni di tutta la notte li faceva in quell'istante. Scompariva, ritornava, partiva, ricordava. Viveva.
Era autunno quando decise di prendere quella scatola. Il vento faceva volteggiare in un tango le foglie rosse prima che punteggiassero, stanche, i marciapiedi del Parco Valentino. C'era un odore, quegli odori che ti porti addosso sempre, quei ricordi ai quali non potrai mai sfuggire. Sono lì, sono vulcani addormentati. Si fermò. E pensò al rosso. Al rosso, che era diventato da quel momento il suo colore. Il rosso dei tetti, il rosso di certi pavimenti, il rosso della Coca Cola, degli autobus inglesi, del sugo della domenica, il rosso delle bandiere rosse. Il rosso di quella scatola. L'aveva comprata lì, la scatola, nel negozio affianco a quel bar, quel bar. Ci era ritornato per un peccato, per un Bucerin. Il suo posto preferito era quello vicino la grande vetrata che lo difendeva dalle persone che facevano loro i portici. Due si danno le spalle, un uomo e una ragazza, e non si guardavano più. Bisogna esser sicuri della propria schiena, è la parte del nostro corpo che diamo spesso e che non guardiamo mai. Lei abbassa la testa. Cammina e poi più veloce e poi corre. Il cielo sembrava immenso con lei. Il cielo sembrava invisibile per lei.
Pensava all'errore dei due. Pensava a quanto si sbaglia nel non pronunciare parole per non rischiare di deludere. Pensava a quanto avesse sbagliato anche lui.
Affianco il bar c'era il portone di casa sua. Era uscito quasi di fretta. Si era alzato, alzato il bavero. Aveva una scatola rossa da riempire, da conservare, da dimenticare. Era entrato in casa, e in una stanza c'era lei. Muta. Muta e incantevole. Era estate quando l'ha vista la prima volta e lei aveva qualcosa di tremendamente affascinante. Ma ogni volta che la vedeva, pensava a Sophie. Pensava che con lei provava un continuo jamais vu. Il jamais vu è il contrario di dèja vu. E' quando incontri incontri le stesse persone di continuo ma è sempre come se fosse la prima volta. Come se Sophie fosse stata sempre una sconosciuta. Con Sophie ci faceva l'amore. Ci faceva l'amore anche da lontano, come se i loro cuori attraversassero cemento e muri e s'incontrassero nel mezzo della città. Guardava Sophie attraverso lei, guardava il suoi denti storti, le anse delle sue orecchie che erano senza lobo e attaccate, il liquore che aveva versato sul divano in pelle, le perle della sua collana che ormai era rosario del suo dolore. In lei c'era tutto quello che non aveva più Sophie. Aveva il senso di colpa ogni volta quando vedeva lei lì, ferma, appoggiata a quel mobile di ciliegio. Aveva un terremoto dentro. Aveva le stesse macerie, la stessa polvere. La guarda e le dice:"Questa scatola è per te. Sono io. E' vuota dentro, ma devi entrarci. Avrai una nuova vita, in fondo è come se fosse la tua rinascita. Buon compleanno."
La casa era invivibile. "Niente è più inabitabile di un posto dove siamo stati felici."
Era andato verso la porta. Doveva sentire il portone alle sue spalle. Doveva camminare.
Da bambino camminava sulle piastrelle, contandole, senza pestare le linee. Non staccava mai gli occhi da terra. Non l'avrebbe mai detto che crescendo avrebbe preferito vedere le stelle.
Sophie diceva che in certi posti si nascondono frammenti di vite non vissute. E lui si apprestava a non vivere la sua, in un posto che urlava di sudore e vento. Urlava di Sophie e di lei e di lui. Urlava di loro tre. Urlava di lei, a cui aveva detto che l'avrebbe ritrovata prima o poi, anche se non si trova chi non si può cercare.
Lei che adesso era in quel vuoto, in quella scatola rossa. Lei che sapeva dei denti storti, delle anse delle orecchie che erano senza lobo e attaccate, del liquore versato sul divano in pelle, delle perle della collana. Lei, vista in un giorno d'estate. Lei, testimone di un amore. Testimone di due amori. Testimone di un pezzo di vita. Lei che era lì quando Sophie gli aveva detto che "si sarebbero trasferiti a Parigi un giorno, e non avrebbero mai più avuto i soldi per tornare indietro". Lei, che aveva sentito, che era proprio lì tra le mani di Sophie quando gli aveva detto:"Parto per Parigi. Mi chiedo se avrai mai il coraggio di lasciare lei per una donna. Per una donna come me. Tu meriti qualcuno che guardandoti negli occhi riesca a farti vedere il mondo come te lo fa vedere questa Bencini."
Si accendeva la sigaretta sempre alle 23.20.
Apriva sempre la finestra alle 23.27.
Guardava fuori.
La Tour Eiffel non era mai stata così abbagliante.
Ecco.
Io mi faccio un sacco di film, normalmente.
Ma quando il mio meraviglioso fidanzato mi regala un gioiellino del genere, mentre in una domenica piovosa siamo a un mercatino dell'antiquariato e mi vede innamorata di questa Bencini io mi faccio un sacco di storie in testa. Di chi era, cosa e chi aveva fotografato (secondo me c'è una specie di fantasmi di rullini nel vano di queste macchine fotografiche, c'è lo spirito dei ricordi, in cose come questa)
C'è qualcosa di magico in lei, qualcosa di tremendamente affascinante. Ha addosso le impronte degli anni '50, di CocaCola in bottiglia, di nebbia e di pois. Ha ancora in sè quella speranza intima dell'aver fotografato quel tramonto come era dentro gli occhi di chi l'ha maneggiata, dentro, dentro i suoi occhi e non davanti.
E ora è qui, tra le mie mani. Ho tra le mani un piccolo sogno antico.
Grazie, Giuseppe <3

venerdì 30 dicembre 2011

Bilancio Duemilaundici.

In ordine casuale e in poche, pochissime parole, il mio duemilaundici è stato:
i muffin di Giuseppe, la mia laurea, l'estate calda e i DUE giorni di mare, amici che amici che non si sono rivelati tali ancora una volta, San Marino e Rimini con Desdemona e Giuseppe, Mirty Chibibì e tutto quello che mi ha regalato e che spero continuerà a regalarmi, 5396 fotografie, i regali di Giuseppe, le mie attenzioni per Giuseppe, le mie lacrime che quelle non mancano mai insieme alle risate, il matrimonio di una vecchia amica, Firenze e Mc Donald's con Emma, la mia prima mostra personale di fotografia, gli Alinari, Diabolik e il tasto mostro, gli acquerelli e l'acqua che ci cade sopra, le cene con Giuseppe e le sue imitazioni, i film, la bellezza di Torino, la specializzazione, la nuova coinquilina, i libri da finire di leggere, il tango e il Sashall, i cornetti di Campo di Marte, Polaroid e Diana Mini, il freezer sbrinato, rullini e pellicole.
E in questo fine anno, le uniche persone che mi sento di ringraziare sentitamente e con tutto il mio cuore sbatacchiato e pieno, sono la mia famiglia e Giuseppe.
Semplicemente grazie, per esserci.

lunedì 11 aprile 2011

"Buon pomeriggio, prof. Sono venuta sostanzialmente per lamentarmi."

Ho esordito così al ricevimento col mio relatore. Ci siamo amaramente confidati che la mia tesi è difficile e nessuno c'ha mai scritto molto, quindi la difficoltà di trovare i testi resta. I film invece forse sono già più reperibili. Forse.
"La tua è la ricerca su un lavoro molto interessante su un argomento che nessuno ha mai approfondito molto a causa della sua complessità, il tuo studio è sul cinema d'autore che è affascinante ma molto difficile."
Ecco, così imparo a fare la figa con la maglia nera a collo alto, occhiali e sciarpa rossa morettiana a parlare di Truffaut. 
In un momento ho maledetto quella notte che, vedendo Ghezzi, ho scelto l'argomento di tesi. Era una notte meravigliosa, il film anche. Il modo in cui era girato splendido. Mi sembrava un segno del destino e io sono romantica e ai segni ci credo: vedere per caso un film scelto dal fidato omino che parla fuori tempo la settimana in cui devo andare a proporre la mia tesi al prof.
'affanculo vah. 
Poi però, capita che nel momento successivo, guardo un vecchio film, compilo sul mio quaderno la classica scheda per catalogare la pellicola in visione e poi scrivo "ecco perché ho scelto questo argomento". Il mio cuore cinefilo è rimasto come gli occhi di un bambino che guarda per la prima volta le lucciole in una via di campagna. Ecco cos'è che mi ha colpito di questo genere e cos'è che me l'ha fatto scegliere così a prescindere. Questa sensazione qui. Questa sensazione di benessere e attenzione, questa sensazione di intimità, questo "vedere senza farsi vedere", questa ricchezza mediante immagini che costruiscono una schema estetico-narrativo studiato nei dettagli, dalla fotografia alle voci. Questi film datati, pieni di visrtuosismi spesso fini a se stessi, in cui ci sono le parole degli attori e non c'è musica se non nei titoli di coda, 'ché effettivamente alcuni film sono come le nostre vite e nelle nostre vite non ci sono i Carmina Burana quando sta per succedere qualcosa di orrendo.
Comunque, siccome non regge la cosa del "cane m'ha mangiato i compiti"allora magari mi metto all'opera sul serio.
Ah!
Ieri io e il mio amato Giuseppe (con altre personcine) siamo stati a pranzo con Carlo Lucarelli. Sì, sì, proprio lo scrittore, proprio quello del "Paura, eh?". Lui in persona.
Vedi che c'ho pure le prove:

Poi ho anche le prove di quanto sia bello Giuseppe. E di quanto io mi senta migliore quando sto insieme a lui.
A proposito: scusami per quello che tu sai. M'impegnerò. Sei importante per me e il resto è polvere in confronto a noi. Polvere che spazzo via una volta per tutte, giuro.

Ultima cosa importante che capirà solo chi sa.
Non sono nè lei, nè lei (clicca sulle parole rosse, vedi che se ci passi sopra il mouse appare magicamente una manina?) anche se nell'ultima immagine effettivamente potremmo sembrare io e il mio splendido. Ciao.


domenica 3 aprile 2011

Ho una piantina acquatica e respira anche sott'acqua perché fa le bollicine e si vende all'Ikea e ha un nome impronunciabile e il mio Giuseppe l'ha chiamata Atlantide e ora si chiama così. ♥

Allora, ho scoperto oggi che per alcuni stare sott'acqua significa affogare, per altri significa vivere. L'ho scoperto all'Ikea, oggi. Piantine acquatiche. Questa qui mi sa che si chiama Lysmachia nummularia, un nome che ho ovviamente copiato e incollato da Google che io mica lo so come minchia si pronuncia o si scrive. Fatto sta che con un vaso preso apposta per lei e dei sassolini presi apposta per lei, è bellissima.
Il mio fidanzato bellissimo e dolcissimo e sceneggiatorissimo dice di non parlarci troppo, 'ché voi forse non lo sapete, ma è statisticamente provato che quando parlo con le piante queste tendono al suicidio più estremo: la pianta di gerbere rigogliose si è buttata in circostanze misteriose dalla finestra, uguale destino per il basilico il quale ha deciso di non nutrirsi per porre fine alla sua sfortunata esistenza. Uno sciopero della fame come Pannella, ma almeno lui brioche e cappuccino li prendeva al bar!
Spero che questa quindi non sia una piantina kamikaze. Perlomeno l'acqua magari attutisce i suoni e le mie parole, quindi il rischio si dimezza.
La magggica piantina costa due euri e ventinove e io credo che sia un acquisto che dobbiate fare, perché è primavera, perché sembra di plastica ma non lo è, perché vive e respira e non so bene come ma può anche crescere e poi, tra una bollicina e l'altra, potreste anche spendere due euri e settanta per comprare questo perché sembra un film cartaceo e perché ho visto con i miei occhi che c'è tanto, tanto lavoro fatto con i controcazzi dietro. Lavoro ben fatto, ovviamente!
Ora, vorrei trovare un bel finale d'effetto. Ma tra una grattata di testa e un "Oddio, è tardi domani devo svegliarmi presto" non mi viene nulla di interessante in mente. Quindi concludo con una semplice e banale buonanotte.

domenica 27 marzo 2011

E che si dormiva un'ora in meno l'avevo notato

L'ora legale, le cinque del pomeriggio, la pioggia stanca, l'Esselunga aperta l'ultima domenica del mese, mini cactus e Van Gogh, sapori pugliesi, pentole e coltelli, bicchieri che calici sarebbe meglio, il senso della vita, non andare via uffa mercoledì è lontano, le due di notte, commenti, piccoli e grandi successi, telefilm con attori che erano bambini e che non hanno imparato a recitare nemmeno ora che hanno trent'anni, biscotti al cocco, sonno, luci da albero di Natale che vorrei tutta la parete così ché a me le magie piacciono.

E le cipolle, quella che ho fotografato e che ho tagliato per il soffritto, che non solo quelle fanno piangere, che Gibran lo diceva che deve esserci qualcosa di sacro nel sale se si trova nel mare e nelle lacrime e ci credo, che a volte le lacrime lavano, che a volte servono, che a volte sono calde e fanno male, ma che altre volte sono belle. Sono di gioia.

giovedì 10 marzo 2011

Sì, è un post mieloso e diabetico.

A me col mio ragazzo piace contare i "cioè" che dice Max Pezzali quando parla.
A me piace il mio ragazzo, che se sto male mi porta i viveri ma poi non s'avvicina "che sai, non te lo vorrei dire, ma sei INFETTA!" e beve la Coca Cola seduto lontano e se dice qualcosa che non va io gli porgo il mio fazzoletto usato.
A me del mio ragazzo non piace tanto che ingurgita cose senza vedere la data di scadenza, però mi sa che ha uno stomaco d'acciaio, migliore di quello che avevo per proteggermi dal "cibo" che ci passavano in convento il primo anno d'università.
A me del mio ragazzo piace che disegna e che scrive (e fa bene entrambe le cose).
A me col mio ragazzo piace anche stare il martedì a vedere Mistero, ma il film di Tarantino che lo segue no, quello proprio no.
A me piace il mio ragazzo anche se lui ascolta robe come il Club dei Dogs o roba simile e vede film tipo Star Wars o roba simile.
A me piace quando il mio ragazzo mi sorride e mi guarda in quel modo che è solo suo.
Mi piace quando fa il caffè ma lascia inspiegabilmente dentro la moka quello del giorno precedente.
A me piace che è distratto e che non si ricorda che gli schiaffetti che sta dando, sono proprio sul mio ginocchio infortunato.
A me piace fotografarlo, perché io fotografo solo cose belle e infatti io lo fotograferei sempre, anche quando dorme. Mi piace guardarlo mentre sogna e se la gente dice che non c'è nulla di più bello dell'alba, è perché non hanno mai visto lui.
A me piace quando mi chiama, perché mi piace il fatto che voglia dirmi delle cose, qualunque esse siano.

Mi piace che quando sono triste o incazzata o malaticcia, lui mi appiccica addosso una strana felicità e allegria. Mi piace che quando faccio le mie cose io le dedico a lui, quando vado alla Coop o quando disegno. Mi piace che lui un po' di parte lo è, ma non troppo. Mi piace che a volte grazie a lui io mi sento una persona migliore. Mi piace quando mi prende in giro per i miei strambi gruppi musicali che tanto mi piacciono.
Del mio ragazzo a me piace tutto, anche se mette l'olio vicino gli amari e l'aceto e il sale da tutt'altra parte. Perché io lo amo, esattamente per com'è. Per i suoi aspetti buffi e per quelli affascinanti. Per il suo aspetto e per quello che ha dentro, un universo meraviglioso e pieno di stelle brillanti. Lo amo in ogni instante, qualunque momento. E io non mi vedo con nessun'altro, se non con lui.
Perché la cosa di Platone, ampiamente spiegato anche in uno sketch Tre Uomini e una gamba per intenderci, quella delle due metà della stessa anima, sarà una roba talmente vecchia che non la scrivono più nemmeno sui bigliettini dei Baci Perugina, sarà una roba anche inventata, ma beh, io da quando ho incontrato il mio ragazzo ci credo fermamente.
Siamo la metà della stessa anima. Metà dello stesso frutto. Lui è il cielo e io la stella.

Per ricordarti ancora una volta di quanto importante sei per me,
per ripeterti quanto ti amo
affinchè non passi giorno senza avertelo detto.
E te l'ho scritto altre volte, ma lo riscrivo anche qui quello che Neruda sosteneva:
"Fai con me ciò che la primavera fa con i ciliegi"
Se io avessi tutta la poesia del mondo che mi scorre nelle vene,
scriverei esattamente come Neruda. O come Prèvert. O come Shakespeare.
E tutti i miei versi sarebbero sempre e solo per te.
Ma purtroppo non sono poetessa e nemmeno so scrivere così bene,
così tutte le parole più belle le leggerai solo quando vedrai i miei occhi.
Ti amo Giusè.

martedì 15 febbraio 2011

E non è perché è San Valentino.

Allora.
Non è che mò perché il mio fidanzato mi ha regalato una cosa bella e utile gli dedico tutt'e cos. Anche perché lui lo sa che io gli dedico sempre mille robe, a partire dai miei pensieri, dalle mie attenzioni, dai miei gesti, che sono ben più importanti di due disegnini minchia fatti per staccare dai libri di Cinema o per divertirmi un po'. Comunque, siccome so che lui mi legge, glielo dico anche qua che mi piace da matti. Mi piace proprio stare insieme a lui, perché probabilmente Platone aveva ragione quando parlava della vecchia cosa banale del frutto a metà, eppure mi sa che c'aveva ragione, perché il Dibamore mi sembra proprio che sia la parte che mi manca. Anche quando mi arrabbio, lui è lì. E io mi sento tanto bambina capricciosa che piange e vuole tutti attorno a sè per poi mandarli via, eppure lui è lì. Lui è lì che magari lava la cucina mentre io sono imbronciata sul divano e so che tanto quando finisce viene a sedersi vicino e io non aspetto altro (ma anche se mi stai leggendo, fai finta che non lo sai). E poi io anche vorrei esserci proprio sempre per lui. Che, minchia, la luna è stata fatta per specchiarsi dentro di lui. Perché è bello fuori e buono dentro (sì, donnacce invidiose, è perfetto e MIO). E poi a me fa pure ridere, anche se a volte mi sento tanto Penny.
Poi, lui crede in me. Capisci? Crede in me, crede che io abbia qualcosa. Io anche credo in lui, nei suoi progetti, nei suoi occhi.
E poi ha quel (mamma, non leggere e vai subito alla riga successiva) culetto che è di una statua greca, altrochè.

Insomma. Sono innamorata, per come lui è e per quello che mi fa essere.
Ciao Dibamore, a domani che c'abbiamo tango.

La vita mia e sua.

Io e il mio fidanzatino meravigliosissimo, quando siamo da qualche parte che ci sono le tovagliette di carta, noi mentre aspettiamo che arrivano i menù e poi le ordinazioni, disegnamo sempre. Io disegno sempre noi, in genere io mi disegno con gli occhi al cuore che svolazzo intorno a lui, che a volte lo faccio pure spaventato perché effettivamente mi disegno come una ninfetta ninfomane. Lui spesso disegna me, ma mi fa più bella. L'ultima volta, mentre eravamo in un posto dove ho mangiato finalmente una pizza fatta a pizza che non sembrava nemmeno Firenze, lui ha disegnato questo.
Sarei io, con un po' di fantasia, perchè non sono così affascinante secondo me.
Grazie, mio bel Dibamore! :)

lunedì 3 gennaio 2011

"Io e te siamo quei venti che cambiano i deserti."

Io e te non siamo immobili.
Io e te siamo quei venti che cambiano i deserti.
Senza più paura di rimanere spogli sotto abat-jour, dentro un fiore rosso
Il tuo fiore rosso sotto abat-jour.
E poi se ci sei, se ti alzi e poi, ti togli il peso dei tuoi giorni stanchi.
E poi tutto sarà qualcosa che scontornerà i tuoi limiti.
Io e te siamo quei venti che cambiano i deserti.
P. Benvegnù- Io e te

lunedì 22 novembre 2010

"Perché finalmente l'abbiamo imparato che c'è un tempo soltanto se c'è un tempo, un tempo per ogni cosa."

"Un tempo per perdere tempo.
C’è un tempo per cambiare e un tempo per tornare gli stessi di sempre,
un tempo per gli amori e un tempo per l’amore,
un tempo per essere figli e un tempo per farli, i figli,
C’è un tempo per raccogliere tutte le sfide, un tempo per combattere tutte le battaglie, un tempo per fare la pace, un tempo per esigerla, la pace.
E se c’è un tempo bellissimo per ricordare
allora ce ne deve essere anche uno calmo per dimenticare,
Perché se c’è un tempo per dormire e uno per morire, forse
- forse -
se siamo sempre stati bravi e attenti,
e continuiamo a tener gli occhi spalancati
allora, forse,
c’è anche un tempo
infinito
per sognare."