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lunedì 3 settembre 2012

"E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia."

Martedì ho un esame. Legislazione e blablabla.
Domenica mi chiama un mio vecchio, vecchissimo amico. Cazzo, non gli ho detto che sarei partita e mi chiederà di prenderci quel caffè che ci siamo promessi, gli dirò che sono partita e mi dirà merdaccia.



"Marco è morto."











Se è vero che quando stai per morire ti passa tutta la vita davanti, quando mi succederà quella chiamata ci sarà sicuramente.

Marco è stato il mio primo fidanzato. Quattro anni. 
Con Marco ho fatto l'amore la prima volta, era la prima volta anche per lui e ricordo benissimo ogni tenero dettaglio. E' stato davvero un atto d'amore, forse il più puro che ho avuto nella mia vita, impacciato e timido, di due giovani che infondo non ne sapevano poi molto di niente ma erano felici lo stesso. Innamorati e questo basta, specie a quindici anni. Ho detto il mio primo ti amo e anche quello lo ricordo benissimo. Eravamo su una panchina dietro casa e non pensavo che poi fosse davvero semplice come nei film dirlo. A lui ho spedito la mia prima lettera d'amore. E anche lui me le spediva. Le cartoline dei suoi viaggi in moto e le lettere da Bologna. E' stato il mio primo modello per i miei disegni, che alla fine non ero e non sono nemmeno tanto brava, col realistico soprattutto, siamo sinceri. Per lui ci sono state le prime scarpe con il tacco. Il primo ballo del liceo. Con lui c'era il mare a qualunque ora del giorno. Con lui c'è stato il primo bagno di notte. Con lui c'è stata la prima Termoli. Le prime lacrime. Con lui ho ascoltato la prima canzone dei Nirvana. Con lui c'era il primo forte batticuore e quella cosa dello stomaco in subbuglio che esiste davvero. Con lui c'era il primo sorso di vino. C'erano le macchie rosse sul corpo quando lo vedevo dopo tanto tempo. Con lui c'erano tantissime cose.
Insieme abbiamo vissuto tantissimo. Eravamo semplici e giovani e la vita ci sembrava perfetta così. Non ci mancava niente, non ci è mai mancato nulla. Ridevamo tantissimo, poi piangevamo lacrime belle, poi cantavamo, poi eravamo insieme ai suoi amici che erano già diventati pure amici miei. Per lui ho provato tanto amore, tantissimo. 
A un certo punto però, è cambiato qualcosa. Siamo cambiati noi, sono cambiata io. Siamo stati plasmati da quella vita che ci aveva uniti così, un pigro pomeriggio di dicembre, e che infondo non ci ha mai sciolti definitivamente.

Scelgo una città universitaria bella, bellissima, piccola e grande insieme. Ma lontana. 
Lontana. 
E lo sarà sempre. 
E ne pagherò sempre le conseguenze.

Ora sono qui. Sono ancora qui. E Marco non c'è più. Sì, se n'è andato e non ritorna più, come nella celebre canzone della Pausini. E fa tantissimo male. Lacera.
E penso che il suo ultimo messaggio è stato un "Ci becchiamo a Natale" e penso ai suoi denti e penso a quante cose potevo fare e dire e non ho fatto e adesso se dovessi consigliare qualcuno direi di mettere sempresempresempreCristoSantosempre,fateloperfavorefatelosempre, da parte l'orgoglio, che quello frega sempre e il cuore invece no, mai. 

E ora sono terrorizzata. E sono più piccola di 20 centimetri. E sento un enorme vuoto. E tanti punti interrogativi. 
E ho rivisto una fotografia che c'ero anche io, e l'ho guardata e mi ci sono persa e altro vuoto dentro, tanto, e poi ho guardato me e non mi sono riconosciuta, perché io non mi riconosco mai nelle fotografie, passa un mese e mi cambia qualcosa secondo me, negli occhi forse, o nella testa. E ora ho venticinque anni e c'è una persona al mio fianco, che ieri con la sua maglietta gialla era lì, ad assecondarmi, a voler esserci, una persona che amo ed è un amore diverso, è un amore più consapevole e meno ingenuo, un amore che ho voluto davvero tantissimo e che ancora fortissimamente voglio, un amore che è tante cose insieme, completo, un amore che va rispettato, come il suo, come lo era il nostro.

Ora però io sono qui, a rendermi conto che la cosa più dolorosa del dire addio è doverlo fare tutti i giorni, e dentro c'è lo stesso silenzio della chiamata che mi ha avvisato, ci sono fazzoletti ovunque e non c'è cibo, e tu in questo momento sei in una bara. 
Una bara su misura probabilmente, visto il tuo naso.

E se poi ci penso il contrario della vita non è morte, ma nascita. 
Allora forse davvero la vita continua in un qual modo, da qualche parte, o forse no, finisce così, nel buio, brutalmente, violentemente, in un modo disgustoso, schifoso, su una strada, in un cimitero e magari rinasce qualcosa, che dalle cose finite nasce sempre qualcos'altro, o magari niente perché a volte succede anche questo. Allora forse un motivo a tutto questo bisogna inventarselo pur di far apparire tutto sensato, perché è tutto già scritto, perché sono ipocondriaca e poi capita un giorno che esci da Notre Dame e ti casca in testa una turista suicida e allora a che serve tutto questo. 
A che serviamo noi.
Cosa siamo.
Perché.









venerdì 24 agosto 2012

sette giorni

Caldo. Sudore. Bagagli. Polo. Tshirt di Haring. Primo giorno a casa a mare. Alba. Tramonto. Molo. Bagni di pomeriggi. Scarpe. Vesciche. Sabbia. Tarallini. Pesto. Paura. Corse. Pullman e autisti nervosi. Pulizie. Spese rumene. Caldo. Sudore. Monte Sant'Angelo. Ostie con le mandorle. Grotte. Templari. Quartiere Yunno. Pulsano. Teutonici. Lidi. Freddo delle 6. Colazioni. Pelle rossa. Fiori. Aperitivi che sono cene. Film. Castel del Monte. Agriturismi. Trani. Mare. Rullino finito. Quartiere ebraico. Caldo. Sudore. Gelato. Bar Blu. Panzerotti. Pianoforte. Tshirt di Valentina. Treno. Caldo. Sudore.


Tu.

Noi.

mercoledì 15 agosto 2012

E' Ferragosto per tutti

I pomeriggi in cui dovrei pensare al Decreto Legislativo del 29/10/1999 n° 490 e invece penso a tutt'altro.

venerdì 3 agosto 2012

proiezioni

Il corso magistrale che sto facendo in Accademia a me piace molto. Mi piace l'idea di poter andar andare un giorno a dirigere gallerie o anche solo lavorarci. Organizzare e allestire spazi espositivi, lavorare all'interno di un museo, avere contatti con artisti e mercenari, festeggiare ai vernissage e cercare di vivere all'interno del sistema dell'arte oltre che lavorarci e invecchiarci mi piacerebbe davvero davvero un sacco.
Io a sessant'anni vorrei essere più o meno così.


sabato 28 luglio 2012


Quando l'ho vista la prima volta me ne sono innamorata. Piccola, bella e bianca (bianca perché in limited edition) in una vetrina online. Poi è diventato il regalo di Natale del mio ragazzo che, poverino, asseconda sempre le mie chiacchiere e i miei desideri che hanno la fotografia come protagonista (grazie soprattutto per la pazienza, amore). L'ho sognata per giorni prima che arrivasse. Giorni, davvero.
Poi un bel giorno era lì. Nella sua scatola Lomography. Era proprio così, era proprio piccola, bella e bianca.
Il primo rullino è stato una Kodak EliteChrome. Ho scattato solo in un formato (con la Diana mini il bello è quello, che ha un formato 24x17 e uno 24x24 e che puoi scegliere quando e quale formato adoperare, anche a rullino iniziato. Se si dovesse inceppare il rullino al cambio formato, basta premere il pulsante di scatto e far avanzare come di consueto) ed è durato tantiiiissimo, considerando anche che ero senza flash (e che è bene non scattare di sera senza flash con la piccola) e che non sempre era con me nelle ore diurne.
E' leggerissima, e davvero minuscola. Poi facilissima da usare: il disegnino di un sole e di una nuvola indica quale apertura del diaframma usare (F/11 sole- F/8 nuvoloso quindi basta che alziate gli occhi al cielo per vedere cosa scegliere). C'è poi da scegliere la velocità dell'otturatore. N o B. N è quella che consiglierei sempre, perché la B (bulb) è indicata per lunghe esposizioni e c'è quindi sempre bisogno di un treppiede per scattare in quella modalità.
Infine, c'è da scegliere la messa a fuoco: 0.6m, 1-2m, 2-4m, 4-infinito m. Di solito vado a puro intuito in base a quanto il soggetto da immortalare mi sembri vicino o distante. Il rischio di scattare ad istinto può essere che non sempre venga messo ben a fuoco, però tra i punti chiavi della filosofia lomo è anche il "non pensare e scatta" quindi la fotografia può essere perfetta anche con i suoi difetti.
Ora è qui, e ogni volta che la vedo sorrido.
Perché rappresenta un Natale speciale, perché è adorabile, perché fa fotografie che fanno un baffo a Photoshop e Instagram.
Perché è qui, ed è bellissima.

mercoledì 25 luglio 2012


Sono in PugliaPugliaPuglia dove la notte è fondafondafonda e se c'è una cosa che mi manca guardare, non è tanto la cupola del Brunelleschi quanto il ripiano della libreria di camera mia. Un ripiano che prima o poi saranno due e poi tre e poi cento, tutti pieni di loro.
Buone vacanze anche a voi, piccole mie.

quando dormire è l'unica soluzione

Ho letto su Facebook:
"Hai presente quel momento della giornata in cui ti svegli e ti senti pieno di energia?"
"Io no."
Ecco.
Io.
Inoltre sotto la doccia ho visto tutte le calorie delle fritture varie ed eventuali esporsi in tutta la loro pesantezza. Maledizione. E ho preso consapevolezza, ennesima, di un'altra tragica cosa:
Mi sa che me ne torno a dormire.





Strane rimanenze

A me le barbabietole rosse piacciono perché hanno omega3, perché hanno un colore meraviglioso e perché poi nel piatto il loro succo formano mostri (che però secondo me sono mostri buoni)

lunedì 23 luglio 2012

Già mi manchi.

Oggi parto e vado nella mia dolceamara Puglia.
Fa freddo mentre aspetto la coincidenza a Bologna e va bene, meno bene l'aria condizionata dei Freccia Rossa.
Va bene la famiglia che non vedo da mesi, va bene che porto a casa tre esami e una lode, va bene e non va bene l'abbondanza di cibo, va bene il rivedersi con le amiche di sempre, va bene la mia camera che ormai non è più mia.
Va male, malissimo, malissimissimissimo che non dormirò con te in tutte queste notti, che saranno più buie se non sei con me.


venerdì 30 dicembre 2011

Bilancio Duemilaundici.

In ordine casuale e in poche, pochissime parole, il mio duemilaundici è stato:
i muffin di Giuseppe, la mia laurea, l'estate calda e i DUE giorni di mare, amici che amici che non si sono rivelati tali ancora una volta, San Marino e Rimini con Desdemona e Giuseppe, Mirty Chibibì e tutto quello che mi ha regalato e che spero continuerà a regalarmi, 5396 fotografie, i regali di Giuseppe, le mie attenzioni per Giuseppe, le mie lacrime che quelle non mancano mai insieme alle risate, il matrimonio di una vecchia amica, Firenze e Mc Donald's con Emma, la mia prima mostra personale di fotografia, gli Alinari, Diabolik e il tasto mostro, gli acquerelli e l'acqua che ci cade sopra, le cene con Giuseppe e le sue imitazioni, i film, la bellezza di Torino, la specializzazione, la nuova coinquilina, i libri da finire di leggere, il tango e il Sashall, i cornetti di Campo di Marte, Polaroid e Diana Mini, il freezer sbrinato, rullini e pellicole.
E in questo fine anno, le uniche persone che mi sento di ringraziare sentitamente e con tutto il mio cuore sbatacchiato e pieno, sono la mia famiglia e Giuseppe.
Semplicemente grazie, per esserci.

domenica 25 dicembre 2011

Natale Duemilaundici.

Il cazzo di pomeriggio del venticinque dicembre.
Ommiodddio.
E' ancora festa iuppidù, hai fatto il pranzo con i familiari che durante l'anno eviti e coi quali c'hai pensato due volte ad accettarli anche su Facebook; c'hai pensato meno quando hai aggiunto un tizio dal nome illeggibile di uno sperduto paese dell'Iran, i bambini hanno aperto i loro regali e hanno finito di chiedere ai genitori di montare il giocattolo chiesto in dono, e.
E basta, perché sono le diocristo di quattro di pomeriggio di Natale, non c'è nessuno con cui cazzeggiare perché sono tutti felici con le famiglie felici, uscire pare brutto anche perché devi finire il dodicesimo primo e mancano ancora i trenta secondi e trentotto tipi di dolci e se esci sai che dopo due metri avrai la follia omicida verso chi fa gli auguri, anche se non li fanno a te.
Fuori è grigio, sui contrinfissi ci sono le goccioline e sul tavolo c'è la tovaglia rossa coi resti delle mandorle e di quei cazzo di brillantini sbrilluccicosi che ti si appiccicano ovunque e che riuscirai a toglierli tutti per il prossimo Natale solo se sarai fortunato. 
Qualunque cosa viene rovinata dal fatto che son le quattro di pomeriggio di Natale, perfino novecento canali di digitale terrestre trasmettono cose adatte alle quattro di pomeriggio di Natale.
Quindi tu sei là, seduto, a pensare e a non sapere che cazzo fare, a maledire il fatto che sono le quattro di pomeriggio di Natale e desiderare la morte, salvo poi ripensarci perché sei una brutta persona e con ogni probabilità finiresti all'inferno.
E con il culo che hai, l'inferno è un cazzo di posto in cui sono le quattro di pomeriggio di Natale sempre.
Però, nonostante questa acidità di fondo devo essere stata proprio una prava pampina, perché quest'anno ho ricevuto regali stupendissimi.
Ho ricevuto sogni, emozioni, sorrisi e progetti, ovvero una Polaroid e degli acquerelli.





giovedì 18 agosto 2011

Meglio tardi che mai!

Il diciannove (ovvero oggi visto che come al solito non mi degno di scrivere prima della mezzanotte) ci sarà la presentazione della mia storia scritta per Verticalismi (per leggerla basta cliccare sulle parole dal colore diverso e vi si aprirà il link) e pubblicata in un albo inedito dell'Insonne che si intitola "Rumori di fondo".
Poi seguiranno due giorni che trascorrerò con il Dibamore e intanto questa è la mia valigia. E con questa piccola istantanea vi auguro buone vacanze, anche se qualcuno in questa data probabilmente le vacanze le avrà finite (o mai iniziate?)


mercoledì 3 agosto 2011

“e se non hai come unica intenzione quella di farmi sorridere, ti assicuro che a farmi essere triste son bravissima da sola.” (Laura KoAn)

A me piacciono le conchiglie. Da piccola ne raccoglievo tante. Cercavo quelle più grandi, quelle più belle, quelle che avevano il buchino per farci un bracciale. Poi arrivava l'inverno e le conchiglie le buttavo. "Ne prenderò altre l'anno prossimo", e intanto quei gusci erano lì, nella spazzatura, tra bucce di banana e fogli accartocciati.

Il cielo qui è bellissimo. Azzurro cielo, ora so che colore è. Oggi lo guardavo dal pullman. E pensavo alla mia giornata al mare, pensavo a quanto siano complicate certe cose e facili molte altre, pensavo guardando una nuvola che la prima volta che ho mangiato lo zucchero filato è stata quest'inverno a 23 anni, pensavo alla salsedine che avevo sulle mani, pensavo alle conchiglie, sì, anche alle conchiglie, perché quante storie tra conchiglie e paguri ho interrotto per portarmele a casa e poi buttarle via.
I paguri sono dei crostacei, dei crostacei che per difendersi scelgono accuratamente la conchiglia vuota entro la quale rifugiarsi. E quando ne scelgono una, la scelgono, come si sceglie di amare qualcuno, non perché capita, non perché se ne ha bisogno, ma perché è semplicemente giusta, con i difetti che finisci con l'amare e non con il sopportare. Senza una conchiglia un paguro muore. Muore soffocato. Muore soffocato perché si disidrata dicono, ma forse soffoca perché quando uno è tanto triste che vorrebbe piangere e urlare e piangere e -resisti resisti non piangere forza coraggio non piangere non qui non ora non per questo- gli si ferma tutto lì, tutto in gola. E soffochi.
Sono animali notturni, ma vi immaginate, la sabbia di notte, il mare di notte, il cielo di notte, gli ombrelloni chiusi di notte. E un paguro che è solo. Tutta quella sabbia, non è uno spreco? Tutti quei granelli, che da soli sono nulla e che insieme formano deserti. Come si fa a trovare la conchiglia giusta tra tutte, in tutto questo, con questo buio, con quest'acqua salata che ti porta al largo? Come fai a scegliere quella che sarà la tua casa, la tua vita, in una notte sola? Basta davvero così poco per capire cos'è la cosa giusta da fare, la conchiglia giusta da amare? E quando il paguro cresce, che deve andare lontano, deve cambiare di nuovo e non ha voglia ma se non parte vorrà dire che morirà, che si allontana, che guarda ancora un'ultima volta quella conchiglia, la sua conchiglia, che resterà con la mente inerme e incredibilmente vuota, che porterà questa scena, questa qui, per tutto il resto della sua vita, questo momento triste ma necessario, questo momento in cui si deve sempre partire per cercare se stessi, per amare se stessi, per morire con se stessi, questo momento della conchiglia ferma al chiarore della luna e lui di fronte, ma già lontano, ma ancora un po' vicino. Le onde sbattano contro di loro. La conchiglia viene trascinata un po' più in là. Come se la mano di un amico la costringesse a dire"vai avanti, vieni, lui non tornerà mai più, seguimi, dimentica e sarai di nuovo felice" e se la tirasse via. E il paguro, ha capito che forse una lacrima è solo un pezzo di mare, perché aveva mare addosso ovunque, lacrime addosso ovunque. Se ne andò. La notte è pericolosa e più viva di quanto non si pensi. E questa notte, il paguro andrà via augurando a tutti, tutti davvero, di trovare la propria conchiglia, quella davvero giusta, almeno una volta nella vita.

(Scusatemi. Oggi c'è il Sole, ma è come se avesse piovuto un po'. Mi capita spesso. Ma ho gli ombrelli, questa volta)

giovedì 21 aprile 2011

Un incantevole Aprile (e dovrebbero fare uno due o tre film con all'interno del titolo tutti i mesi dell'anno, che sennò non vale)

La settimana di Pasqua la vedo nel modo più profano possibile: uova di cioccolato, cibo, vacanze, sole. Non ricordo nemmeno bene cosa succede di preciso, perché diventa improvvisamente peccato mangiare carne il venerdì o perché la domenica prima ci sono le palme, che le palme che danno in chiesa sono ben diverse da quelle del mio giardino e anche questo non riesco a spiegarmelo.
La settimana prima di Paqua generalmente in Università ho le revisioni, il che mi distrae sempre un po' dal fare in tempo il biglietto del treno verso la Terronia, ma effettivamente anche se non ci fossero io mi ridurrei a fare il biglietto del treno due giorni prima, che per me sono BEN DUE GIORNI PRIMA! Anche quest'anno, manco a dirlo, era tutto stra pieno e quelli di Trenitalia sanno usare formule gentili come "posto non garantito" o "ci scusiamo per il disagio" che però non danno alcun supporto morale alla situazione.
Firenze si collega in un modo strano col resto d'Italia (e il resto d'Italia per me è la Puglia, le altre regioni, specie quelle settentrionali, per me servono sostanzialmente a finire il disegno dello stivale. Tipo puzzle che ha un paio di pezzi colorati e gli altri bianchi.), tant'è che per arrivare al mio bel paese, dovendo scendere a una fermata prima in quanto hanno simpaticamente soppresso un Eurostar,devo andare a Bologna e poi da lì scendere sulla linea adriatica.
Bologna. Bologna vabeh, Bologna è troppo bolognese, anche in stazione. A Bologna generalmente c'è sempre lo smistamento di noi passeggeri. Sì, ci smistano, perché sono carri bestiame alcuni treni (chi ha preso un Intercity Bologna-Foggia magari dovendo stare anche in piedi mi capirà) e d'estate si sa, si tende a sudare. A Bologna c'è lo snodo ed è proprio da Bologna che passa il mitico Milano-Taranto, Milano-Lecce, treni così. Treni da meridionali.
Arrivo e la coincedenza è dopo 50 minuti. Io che tendo sempre ad approssimare per eccesso, per me era un'ora intera. Un'ora di pranzi fugaci, di caffè, ma non troppo che quello è diuretico e io nei treni proprio non la so fare la pipì, e di edicole. Vado in un'edicola fornita per comprare un libro, ne adocchio uno, continuo a vedere altri titoli. Un personaggio, probabilmente rumeno, s'avvicina e dice qualcosa come:"Questo locale... Questo locale?" all'edicolante che si vedeva lontano un miglio essersi alzato col piede destro, quello sbagliato. L'edicolante:"Non è un locale. E' un'edicola!" Il rumeno:"Edicola. Io volio comprare edicola!" gesticolando e mantenendo comunque una certa compostezza, sì, da tipico magnate, sì, sicuramente... Fatto sta che questa scenetta mi ha assolutamente chiarito sulla scelta del libro: Benni. Questa sarà una giornata da Benni. La conversazione poi è continuata ma mi sentivo come un'intrusa in quell'importante discussione di lavoro, soldi e potere.
Esce il numero del binario sullo schermo. Tutti ci riversiamo sul binario e mancano quindici minuti all'arrivo del treno. Io un po' leggo -ma Benni mi fa ridere e sembra un po' brutto che quello poi la gente pensa che non è mortazza quello che c'è nel panino, ma droghe- un po' guardo intorno e mi ripeto:"Merda, non ho il posto a sedere." vedendo tutte quelle persone che probabilmente divideranno con me minuscoli spazi vitali nei corridoi.
Ma quanti ne siamo? Ma che è. Ma Pasqua con chi vuoi e tutti vogliono tornare a casa natìa. Senti il foggiano, il barese, il leccese che parlano tra loro, che parlano al cellulare dicendo in buona sostanza nei diversi dialetti:"Sì, ho mangiato mamma." Vedi qualcuno che magari non è terrone, e magari è un ospite che si sa che noi meridionali siamo generosi. Ne siamo tanti e manca poco che solo noi pugliesi che scendiamo per le vacanze, se volessimo, potremmo tranquillamente conquistare la Libia, tipo.
Arriva il treno, siamo in cinque compresa me. Passiamo il viaggio in piedi, un po' seduti sulle valigie, chiacchieriamo che in fondo siamo tutti studenti e quindi minchioni a non aver prenotato prima, gallerie, messaggini con il mio splendido, messaggini con le amiche che dove sei-domani che fai-facciamo una cena-un caffè-, Lindor, musica ma poca perché c'era Benni e c'erano le parole degli altri sventurati. Ovviamente nessun posto si libera da Bologna in giù, o meglio, verso Pescara c'è la prima massa che scende. I posti si liberano un pochino. Mi siedo, mi godo il mare, che il bello di questo viaggio è che vedidal finestrino tanto mare, tante pietre, tanta sabbia.
Poi i miei genitori che mi vengono a prendere, chiacchiere, io che in macchina racconto di Lucarelli, loro che mi parlano delle nuovi costruzioni del paese, poi casa, poi cena che tutta la giornata a quel punto era focalizzata a questo momento, e chiacchiere sul cinema, su Moretti, su Firenze, su Renzi.
Una settimana è poco per stare in Puglia. In fondo ogni volta che scendi, capisci bene che in realtà in Puglia ci sarà sempre casa tua e sarà casa tua per sempre nei secoli dei secoli non come a Firenze che ho già cambiato due case e probabilmente una terza e poi magari una quarta, le tue cose che sono cose che probabilmente non userai mai più, vecchi disegni che ritrovi e oddio quantodisegno ammmerda, e tu che sei chiocciola che la tua casa te la porti dietro ma poi torni sempre indietro, si torna sempre indietro, si torna sempre in Puglia.

(Il titolo del post è il titolo di un film, a parte le parentesi)

lunedì 3 gennaio 2011

"Io e te siamo quei venti che cambiano i deserti."

Io e te non siamo immobili.
Io e te siamo quei venti che cambiano i deserti.
Senza più paura di rimanere spogli sotto abat-jour, dentro un fiore rosso
Il tuo fiore rosso sotto abat-jour.
E poi se ci sei, se ti alzi e poi, ti togli il peso dei tuoi giorni stanchi.
E poi tutto sarà qualcosa che scontornerà i tuoi limiti.
Io e te siamo quei venti che cambiano i deserti.
P. Benvegnù- Io e te