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lunedì 12 novembre 2012

venerdì 3 agosto 2012

proiezioni

Il corso magistrale che sto facendo in Accademia a me piace molto. Mi piace l'idea di poter andar andare un giorno a dirigere gallerie o anche solo lavorarci. Organizzare e allestire spazi espositivi, lavorare all'interno di un museo, avere contatti con artisti e mercenari, festeggiare ai vernissage e cercare di vivere all'interno del sistema dell'arte oltre che lavorarci e invecchiarci mi piacerebbe davvero davvero un sacco.
Io a sessant'anni vorrei essere più o meno così.


domenica 22 luglio 2012

martedì 28 giugno 2011

E quindi ho finito!

Un mese colmo, colmissimo di cose.
Non ho scritto nulla e quando avevo voglia, facevo altro, tipo sognare.
C'è stato un momento in cui ho pensato che non ce l'avrei mai fatta, che davvero ci fosse una strana congiunzione astrale che mi impediva di essere fiduciosa e felice. Sembrava che tutto fosse boicottato, tutto contro di me e questa mi faceva affrontare le mattine con le pinze ma con la faccia incazzata.
Poi c'è stato un momento in cui ce l'avrei fatta. Ce l'avrei fatta a dare sette esami in quattro giorni. Tra momenti di nervosismo e momento di ottimismo.
Ora sono qui e oggi ho dato il mio ultimo esame della triennale. Ultimo. Ultimo esame della triennale. Mi fa strano dirlo, mi sembra una bugia, mi sembra che domani ne ho un altro da preparare. E mi fa strano dover consegnare il mio libretto, mi ci ero affezionata anche se la copertina è sbiadita e la costolina un po' sdrucita, anche se quella foto accanto la matricola non sono più io, da un po'.
Adesso, felice, vado a disegnare cose da non impacchettare per revisioni, vado a leggere cose da non dire a un orale.
Mi fa strano, ma sono felice.

martedì 26 aprile 2011

Marisa e' ora fan dei prodotti tipici pugliesi.

Che poi a me una bella insalata mista piace anche.
Le carote julienne mi piace vederle, mi piace mangiarle, mi piace che costano meno di un euro.
Anche la frutta.
Mi piace tutta, a parte cachi e fichi (che scritto così sa della perifrasi volgare ma ben più diffusa di "cazzi e mazzi" : "C'erano tante cose, tante persone, tanti problemi e ricominciavano le lezioni con i relativi cachi e fichi.").
Tutta.

Però.
La salsiccia, che ha quel piccantino leggeeeero, che senti dopo averla assaporata per bene mentre masticandola l'aroma dovuta anche alla cottura della brace l'ha arricchita, vogliamo mettere?

La burrata, che è un Lindor a formaggio, stessa goduria, stesso bisogno di chiudere gli occhi mentre è in bocca, irresistibile scioglievolezza, allo stesso modo.

Il pane. Salato, croccante, caldo. E il rito del pane e pomodoro. Spremere i pomodori sulla fetta di pane, cospargere il sale, poi l'olio. Strizzare la fetta di pane, far colare l'olio in eccesso. Ripetere. E mangiare, sentire come il sale, l'acidità del pomodoro e l'olio quasi pizzicano le labbra.

Il cioccolato. Nemmeno sta a parlarne.
Cioccolato si spiega da solo.

Con tutti questi doni degli dei, io, come faccio a essere salutista?
Come?

giovedì 21 aprile 2011

Un incantevole Aprile (e dovrebbero fare uno due o tre film con all'interno del titolo tutti i mesi dell'anno, che sennò non vale)

La settimana di Pasqua la vedo nel modo più profano possibile: uova di cioccolato, cibo, vacanze, sole. Non ricordo nemmeno bene cosa succede di preciso, perché diventa improvvisamente peccato mangiare carne il venerdì o perché la domenica prima ci sono le palme, che le palme che danno in chiesa sono ben diverse da quelle del mio giardino e anche questo non riesco a spiegarmelo.
La settimana prima di Paqua generalmente in Università ho le revisioni, il che mi distrae sempre un po' dal fare in tempo il biglietto del treno verso la Terronia, ma effettivamente anche se non ci fossero io mi ridurrei a fare il biglietto del treno due giorni prima, che per me sono BEN DUE GIORNI PRIMA! Anche quest'anno, manco a dirlo, era tutto stra pieno e quelli di Trenitalia sanno usare formule gentili come "posto non garantito" o "ci scusiamo per il disagio" che però non danno alcun supporto morale alla situazione.
Firenze si collega in un modo strano col resto d'Italia (e il resto d'Italia per me è la Puglia, le altre regioni, specie quelle settentrionali, per me servono sostanzialmente a finire il disegno dello stivale. Tipo puzzle che ha un paio di pezzi colorati e gli altri bianchi.), tant'è che per arrivare al mio bel paese, dovendo scendere a una fermata prima in quanto hanno simpaticamente soppresso un Eurostar,devo andare a Bologna e poi da lì scendere sulla linea adriatica.
Bologna. Bologna vabeh, Bologna è troppo bolognese, anche in stazione. A Bologna generalmente c'è sempre lo smistamento di noi passeggeri. Sì, ci smistano, perché sono carri bestiame alcuni treni (chi ha preso un Intercity Bologna-Foggia magari dovendo stare anche in piedi mi capirà) e d'estate si sa, si tende a sudare. A Bologna c'è lo snodo ed è proprio da Bologna che passa il mitico Milano-Taranto, Milano-Lecce, treni così. Treni da meridionali.
Arrivo e la coincedenza è dopo 50 minuti. Io che tendo sempre ad approssimare per eccesso, per me era un'ora intera. Un'ora di pranzi fugaci, di caffè, ma non troppo che quello è diuretico e io nei treni proprio non la so fare la pipì, e di edicole. Vado in un'edicola fornita per comprare un libro, ne adocchio uno, continuo a vedere altri titoli. Un personaggio, probabilmente rumeno, s'avvicina e dice qualcosa come:"Questo locale... Questo locale?" all'edicolante che si vedeva lontano un miglio essersi alzato col piede destro, quello sbagliato. L'edicolante:"Non è un locale. E' un'edicola!" Il rumeno:"Edicola. Io volio comprare edicola!" gesticolando e mantenendo comunque una certa compostezza, sì, da tipico magnate, sì, sicuramente... Fatto sta che questa scenetta mi ha assolutamente chiarito sulla scelta del libro: Benni. Questa sarà una giornata da Benni. La conversazione poi è continuata ma mi sentivo come un'intrusa in quell'importante discussione di lavoro, soldi e potere.
Esce il numero del binario sullo schermo. Tutti ci riversiamo sul binario e mancano quindici minuti all'arrivo del treno. Io un po' leggo -ma Benni mi fa ridere e sembra un po' brutto che quello poi la gente pensa che non è mortazza quello che c'è nel panino, ma droghe- un po' guardo intorno e mi ripeto:"Merda, non ho il posto a sedere." vedendo tutte quelle persone che probabilmente divideranno con me minuscoli spazi vitali nei corridoi.
Ma quanti ne siamo? Ma che è. Ma Pasqua con chi vuoi e tutti vogliono tornare a casa natìa. Senti il foggiano, il barese, il leccese che parlano tra loro, che parlano al cellulare dicendo in buona sostanza nei diversi dialetti:"Sì, ho mangiato mamma." Vedi qualcuno che magari non è terrone, e magari è un ospite che si sa che noi meridionali siamo generosi. Ne siamo tanti e manca poco che solo noi pugliesi che scendiamo per le vacanze, se volessimo, potremmo tranquillamente conquistare la Libia, tipo.
Arriva il treno, siamo in cinque compresa me. Passiamo il viaggio in piedi, un po' seduti sulle valigie, chiacchieriamo che in fondo siamo tutti studenti e quindi minchioni a non aver prenotato prima, gallerie, messaggini con il mio splendido, messaggini con le amiche che dove sei-domani che fai-facciamo una cena-un caffè-, Lindor, musica ma poca perché c'era Benni e c'erano le parole degli altri sventurati. Ovviamente nessun posto si libera da Bologna in giù, o meglio, verso Pescara c'è la prima massa che scende. I posti si liberano un pochino. Mi siedo, mi godo il mare, che il bello di questo viaggio è che vedidal finestrino tanto mare, tante pietre, tanta sabbia.
Poi i miei genitori che mi vengono a prendere, chiacchiere, io che in macchina racconto di Lucarelli, loro che mi parlano delle nuovi costruzioni del paese, poi casa, poi cena che tutta la giornata a quel punto era focalizzata a questo momento, e chiacchiere sul cinema, su Moretti, su Firenze, su Renzi.
Una settimana è poco per stare in Puglia. In fondo ogni volta che scendi, capisci bene che in realtà in Puglia ci sarà sempre casa tua e sarà casa tua per sempre nei secoli dei secoli non come a Firenze che ho già cambiato due case e probabilmente una terza e poi magari una quarta, le tue cose che sono cose che probabilmente non userai mai più, vecchi disegni che ritrovi e oddio quantodisegno ammmerda, e tu che sei chiocciola che la tua casa te la porti dietro ma poi torni sempre indietro, si torna sempre indietro, si torna sempre in Puglia.

(Il titolo del post è il titolo di un film, a parte le parentesi)

lunedì 18 aprile 2011

Ciao. Il mio numero è scritto dietro. Ciao.

"Quelli della Vergine forse sono un po' così: un po' malinconici, un po' autunnali, solitari, pignoli, pessimi partner e ottimi singoli. Hanno una gran vita interiore che non necessita di mondanità per esprimersi. Nello stesso tempo forse sono fin troppo preda di umor nero, di attacchi di atrabile, insomma di malinconia."
(Tondelli)

Lei era lì, al bar vicino l'Università a bere il secondo caffè della giornata quando ha pensato che sì, Tondelli ha ragione. Era una mattina come tante, una mattina di occhiali e jeans. Un nastro rosso tra i capelli che chiudeva i suoi pensieri, i suoi pensieri di studentessa nervosa e bulimica di vita. I suoi pensieri che cercavano qualcosa, qualcuno. Qualcuno che l'avrebbe svegliata la mattina e non si sarebbe preoccupato dei suoi occhi cerchiati. Qualcuno che avrebbe visto un libro di Snoopy "Sono innamorato, Charlie Brown" e gliel'avrebbe fatto trovare sulla scrivania. Qualcuno che sarebbe andato via sbattendo la porta e sarebbe rimasto lì, ad aspettarla, in macchina, di notte, scrivendole un sms: "Scendi, scema, che andiamo a mangiare una pizza. <3". Qualcuno che le avrebbe baciato gli occhi. Qualcuno che l'avrebbe fatta danzare in un salotto disordinato. Qualcuno che l'avrebbe amata, per i suoi kg di troppo, per le sue cattive abitudini, per le sue lacrime e per le sue gioie. Qualcuno che ci sarebbe stato, e che non avrebbe avuto cuore e occhi e testa per nessuno se non per lei.
Poi.
Gli occhi a volte rotolano su sentieri inesplorati e pericolosi. E uno sguardo è così forte da tenersi o lasciarsi per sempre. Incrocia lo sguardo di qualcuno. Qualcuno che prende la bustina di zucchero di canna e ha una mano sporca d'inchiostro. Colline verdi e fiori e Caran D'Ache e pellicole e sole e vento caldo e carta da acquerello e Nutella e foglie d'acero e l'odore dei libri e luna che sorge da una montagna e musica e De Chirico Klimt Schiele e magie e onde e mari aperti e fusa e tutto quello che di più piccolo c'è e tutto quello che di più grande c'è, tutto, tutto guardando qualcuno, guardando lui. E dietro quella macchia d'inchiostro sulla mano destra, dietro c'è una mano, una mano che gira il caffè, una mano che porta alla bocca il cucchiaino, una mano che lascia il cucchiaino sul piattino, una mano che prende la tazzina, una mano che sta attenta a non bruciarsi, una mano che avvicina la tazzina alla bocca che soffia e che beve, beve in più sorsi, forse due, o anche tre e la bocca che fa una piccola minuscola e deliziosa smorfia e rimette la tazzina sul piattino e sistema il cucchiaino all'interno della tazzina, sorride e prende un tovagliolino (e che odio i tovaglioli dei bar che non asciugano niente che sembrano fogli di carta ma a cosa servono son anche piccoli per scriverci i pensieri e non ci puoi fare i disegni a matita). E dietro tutto ciò c'è qualcuno, qualcuno che dentro cos'avrà, qualcuno che ha dentro e dietro una vita, qualcosa di grande, di così enorme che quella macchia d'inchiostro è come un granello di sabbia nell'universo, talmente piccolo da essere quasi invisibile, ma c'è e a lei basta, e lei ne è attratta e lei ne è sopraffatta e lei ne è impaurita. E dietro e dentro cos'avrà, se avrà avuto l'amore, che libro gli avrà cambiato la vita, che musica ascolta, quanta vita ha vissuto e quanta vorrà viverne e come e dove, in quale parte del mondo vorrebbe andare, altri granelli nel cosmo che però formano pianeti di sabbia e basta un po' di vento che vieni travolto, vieni travolto dalla vita, dalla sua vita. E lei era lì, lì pronta a esser scaraventata in altri mondi, nei mondi di quel qualcuno, in tutti i suoi mondi, quelli bui e quelli pieni di stelle. E lui, questo qualcuno, prende il portafoglio, cerca le monetine, ottanta centesimi e "forse ce li ho giusti, pare che abbia rotto il salvadanaio", e sorride e guarda il cameriere e lei prende la borsa e vorrebbe offrire lei, lei ha ben due euro, gli ultimi del mese prima della ricarica del Postepay, ma spenderli per lui sono un investimento, come comprare un attico a Manhattan a dieci euro. E lei vorrebbe farsi leggere e non raccontarsi e lui avrebbe la vita di lei sotto le sue dita, due notti, dieci al massimo, e lei diverrebbe un romanzo finito e sarebbe il libro preferito di lui.
Lei si alza, lo ferma, gli dà un tovagliolino del bar, gli prende la mano, proprio quella dell'inchiostro, arrossisce, sorride, scappa via è in ritardo e ha una revisione e i suoi disegni stanno ancora asciugando e non ci si dovrebbe mai ridurre all'ultimo momento a fare le cose.
Lui apre il tovagliolino, sorpreso, incuriosito.
"Ciao. Fai una smorfia con la bocca quando mandi giù il caffè, se mi sposi io giuro che riuscirò a spiegarti quanto sia deliziosa, prima o poi. Avremmo una vita davanti, insieme, e forse un giorno troverò le parole, tutte, così da non doverti più dire "Ok, questo non riuscirò mai a spiegarlo a nessuno." Il mio numero è scritto dietro. Ciao."

domenica 3 aprile 2011

Ho una piantina acquatica e respira anche sott'acqua perché fa le bollicine e si vende all'Ikea e ha un nome impronunciabile e il mio Giuseppe l'ha chiamata Atlantide e ora si chiama così. ♥

Allora, ho scoperto oggi che per alcuni stare sott'acqua significa affogare, per altri significa vivere. L'ho scoperto all'Ikea, oggi. Piantine acquatiche. Questa qui mi sa che si chiama Lysmachia nummularia, un nome che ho ovviamente copiato e incollato da Google che io mica lo so come minchia si pronuncia o si scrive. Fatto sta che con un vaso preso apposta per lei e dei sassolini presi apposta per lei, è bellissima.
Il mio fidanzato bellissimo e dolcissimo e sceneggiatorissimo dice di non parlarci troppo, 'ché voi forse non lo sapete, ma è statisticamente provato che quando parlo con le piante queste tendono al suicidio più estremo: la pianta di gerbere rigogliose si è buttata in circostanze misteriose dalla finestra, uguale destino per il basilico il quale ha deciso di non nutrirsi per porre fine alla sua sfortunata esistenza. Uno sciopero della fame come Pannella, ma almeno lui brioche e cappuccino li prendeva al bar!
Spero che questa quindi non sia una piantina kamikaze. Perlomeno l'acqua magari attutisce i suoni e le mie parole, quindi il rischio si dimezza.
La magggica piantina costa due euri e ventinove e io credo che sia un acquisto che dobbiate fare, perché è primavera, perché sembra di plastica ma non lo è, perché vive e respira e non so bene come ma può anche crescere e poi, tra una bollicina e l'altra, potreste anche spendere due euri e settanta per comprare questo perché sembra un film cartaceo e perché ho visto con i miei occhi che c'è tanto, tanto lavoro fatto con i controcazzi dietro. Lavoro ben fatto, ovviamente!
Ora, vorrei trovare un bel finale d'effetto. Ma tra una grattata di testa e un "Oddio, è tardi domani devo svegliarmi presto" non mi viene nulla di interessante in mente. Quindi concludo con una semplice e banale buonanotte.

domenica 27 marzo 2011

E che si dormiva un'ora in meno l'avevo notato

L'ora legale, le cinque del pomeriggio, la pioggia stanca, l'Esselunga aperta l'ultima domenica del mese, mini cactus e Van Gogh, sapori pugliesi, pentole e coltelli, bicchieri che calici sarebbe meglio, il senso della vita, non andare via uffa mercoledì è lontano, le due di notte, commenti, piccoli e grandi successi, telefilm con attori che erano bambini e che non hanno imparato a recitare nemmeno ora che hanno trent'anni, biscotti al cocco, sonno, luci da albero di Natale che vorrei tutta la parete così ché a me le magie piacciono.

E le cipolle, quella che ho fotografato e che ho tagliato per il soffritto, che non solo quelle fanno piangere, che Gibran lo diceva che deve esserci qualcosa di sacro nel sale se si trova nel mare e nelle lacrime e ci credo, che a volte le lacrime lavano, che a volte servono, che a volte sono calde e fanno male, ma che altre volte sono belle. Sono di gioia.

domenica 6 marzo 2011

Parentesi e parole

Oggi è stata una così bella giornata che sono come assuefatta. Il che finalmente potrebbe ripulire un po' il mio karma nero come la pece (nero come la pece. Oddio, da quanto non utilizzavo questa espressione. Forse da quando alle elementari la mia maestra mi spiegò cosa fosse la pece. Pece. Pensa, la pece è nera e poi cambi una vocale, una lettera, e diventa pAce e la pace non dovrebbe essere tutta bianca?), potrebbe ripulire la mia anima appesantita come il petrolio appesantisce il volo dei gabbiani.
E mi servirebbe in effetti, specie che siamo in vista tesi (vabbeh, ci vogliono dei bei mesi ancora però io mi sento comunque in ansia) e io non so ancora da dove diamine (vedi, è proprio una bella giornata, che non dico nemmeno parolacce e dico diamine) cominciare a scriverla. Quello che ho letto l'ho dimenticato. Me lo ricorderò probabilmente tra anni, per qualche assurda associazione mentale. O mai più. E poi, il titolo è difficile e non so se sarò all'altezza di svilupparlo per bene. Alla fine uso un sacco di parole (parole così grandi che se fossero persone sarebbero dei giganti, ma dei giganti-buoni-pensaci-tu come quelli delle vecchie pubblicità della Mulino Bianco) in queste tesi e tesine e mi sembrano sempre troppo poche, a tratti anche vuote. E alcune di esse sono così tecniche che mi sforzo anche a ricordarle come quando devo dire nel mezzo di un discorso in cui parlo più o meno speditamente la parola "intraprendere", che mi impappino sempre (Intraprendere. Ci pensavo giusto qualche giorno fa che è una parola che non so dire bene. Intraprendere. E' che ci sono solo cinque vocali per una parola di tredici lettere e poi delle erre che sono troppo vicine, che si rincorrono troppo velocemente. Intraprendere. Però non mi manca la erre ma quando mi sentirete parlare potrete sentire il mio "Intrapendere.. inta.. in-tra-prendere", insomma come se fosse una piccola pubblicità all'interno del discorso).
Comunque, come ho scritto nel post precedente, oggi i mandorli erano in fiore. Io dormo ancora con il pigiama pesante e i termosifoni sono accesi ma se i mandorli sono in fiore allora va bene, allora c'hanno ragione loro che è primavera e siamo noi che non ce ne accorgiamo.
Domani inizia il nuovo, ultimo (ma solo del triennio) semestre. E c'è l'ultimo (ma solo per tre mesi) pranzo con i miei che sono nella città adottiva per vedere la casa in cui vivo da Ottobre. Questa invece è l'ultima notte che faccio così tardi (ma tanto non ci crede nessuno).


(Ma quante parentesi ho usato? E' che sono belle, le parentesi. Sono una pausa, ma una pausa non come le pubblicità durante i film in tv, ma la pausa come la ricreazione. Sono l'apnea, sono i bambini che al mare si tappano il naso con le mani e poi ingoiano l'acqua salata. Sono il respiro dopo essere andati in apnea. Le parentesi sono come delle bolle, che dentro ci può essere un altro mondo, epperò volano e non le prendi e sono libere. Le parentesi sono libere, libere di poter dire qualunque cosa, anche ciò che non c'entra nulla con quello che stai dicendo. Le parentesi sono come una lettera inaspettata in una giornata caotica, sono come le bollicine d'aria che si forma in alcuni bicchieri o vasi di vetro. Sono intoccabili.)
(Ah, e tra parentesi a me da bambina, alle elementari per l'esattezza, mi piacevano molto di più quelle graffe. E piacevano anche alla mia amichetta del cuore dell'epoca, ché secondo noi erano più belle. E poi sono come dei piccoli disegnini. E poi sono eleganti. E poi a matematica, se le espressioni fossero fatte solo di parentesi di graffe e non di numeri, io sarei stata la prima della classe. Sono una ragazza intrapendente.. inta.. in-tra-pren-dente)
  • - Hai una storia, - mi disse, - verso la quale hai delle responsabilità.
  • - Come sarebbe a dire che ho delle responsabilità?
  • - Hai delle responsabilità verso la tua storia. Devi cercare di darle un senso. Le devi la tua completa attenzione.” 
  • (Don DeLillo)
Oggi c'erano i mandorli in fiore nel giardino vicino casa mia.  I miei. Giuseppe. Forse non mancava niente davvero. E il sole brillava anche un po' dentro me, perché questo mese sono tra gli autori di un mio raccontino che si sviluppa in quattro parti su un sito che io leggo da tanto davvero, che adoro davvero, che è bello davvero, che è stimolante davvero, che c'è gente brava davvero.
Io sono qui e il sito in questione è SettePerUno e ci starò tutte le domeniche di questo raggiante mese di Marzo.

Grazie, gente setteperunica. 

martedì 22 febbraio 2011

Ci vogliono altri biscotti.

Tutto è praticamente iniziato dal fatto che io ho scritto che il problema del latte caldo sono i biscotti. No, perché io ogni giorno mi dico di limitare i dolci e le fritture, e poi puntualmente mangio gli anacardi e i ritter sport. Mi faccio il latte caldo che magari mi stimola sogni di zucchero filato e fiori di ciliegio (sì, ok, sogno alieni che vogliono violentarmi o gente uccisa che mi muore vicino agonizzante, ma se l'inconscio freudiano funziona allora so a chi dare la colpa di tutto questo), ma il latte non può essere bevuto senza biscotti. Allora apro il barattolo, prendo un biscotto, che sia uno Marisa, chiudo il barattolo. E come se nulla fosse, arrivo a prenderne un paio (una parte di me vuole rettificare dicendo che arrivo anche a mangiarne sei, ma io la sto sopprimendo in questo istante). Ogni mattina mi faccio la doccia e quando mi specchio la luce del sole è veramente crudele. Infatti è da un po' che mi faccio la doccia di notte. E' un po' come se fosse Natale, come quando torno in Puglia e c'è il pane che oltre a essere salato è pure buono non si sa bene come, ci sono i Martini con gli amici e stuzzichini ottimi che poi hanno il potere di aprire il mio stomaco in un buco nero pronto a inglobare il primo mammifero (a scelta tra maiale, maiale o maiale) che incautamente mi passa accanto o il primo pasto di carboidrati conditi da simpatici grassi saturi che tanto mi fanno simpatia anche se ho cenato. Roba da massa corporea che farà presto concorrenza a quella della luna, che avrò a breve anche io una soddisfacente orbita entro cui attrarrò patatine, gattini saltellanti e asteroidi. Tra un po' le maree ci saranno per causa mia.
Comunque, dicevo. Tutto è partito da questa cosa di me che mi lamentavo dei biscotti innamorati della mia tazza di latte e che continuavo a divorarli come se fossi una bambina del Burundi.
Poi, per vie traverse, quelle vie che solo dioGoogle conosce, mi arriva un'immagine che riporta a un blog, che riporta a una che, rosa a parte, è tipo me. Solo che io sono quella intelligente che non si applica e lei è quella, forse anche intelligente che studia.
Quindi io ti dico, ciccia: guarda che non sei l'unica eh. Io anche faccio le tue stesse robe e anche meglio. Ok, magari non tutto. Ok, magari a volte nelle mie crostate esplode la marmellata sporcando la pasta frolla bruciacchiata, a volte le mie fotografie sono mosse anche se sono mummificata da ore per fotografare una cazzo di goccia immobile, a volte i miei disegnini me li chiedono per far passare il singhiozzo ai bambini talmente sono spaventosi, a volte sbaglio i congiuntivi e non ho alcun pensiero interessante da esporre.
Ma tu. Ma tu io ti odio. Cioè, insomma, checcazzo.
Una delle mie personalità mi sta dicendo di andare a dormire che è tardi e che c'ho il karma a pezzi ormai, e il ginocchio lo dimostra. Un'altra me mi sta consigliando di andare nel cazzo del paese delle meraviglie fatto di pizze a forma di bianconigli della tipa in questione e dopo averla narcotizzata con le sostanze del brucaliffo ucciderla, dicendo ai suoi 178 fans (CENTOSETTANTOTTO FANS) che ora è in un posto dove non ci sono persone brutte, nere, piccole, pelose, che disegnano donnine grasse e felici, cucinano carbonare, scrivono usando come inchiostro il veleno di un serpente, fotografano le bollicine di Coca Cola. Cari sui 178 fans, sarà decisamente in un posto migliore. E poi, ce n'è ancora un'altra di personalità (sì, ne ho diverse e si intercambiano) che mi dice che tutte queste energie che uso per scrivere post rancorosi, potrei usarli meglio. Tipo impegnando i miei talenti. Che io ce li ho i talenti. IO. Io ce li ho, hai capito?
Ecco.

E comunque, grazie Giuseppe.

sabato 19 febbraio 2011

Mio padre ha la mia foto sul suo tablet.
Mio padre ha spesso a che fare col suo tablet.
Mio padre legge sul tablet, consulta Google sul tablet, vede le ultime news dal tablet.
Mio padre mi saluta spesso con un "Ciao bella!" che io glielo dico sempre, mi sembra un rumeno quando saluta così, o uno che non ricorda il mio nome.
Mi ha chiamata mia madre l'altro giorno, poi c'era anche papà alle sue spalle e questa cosa del "Ciao bella" fa ridere anche mamma e lei gli dice:"Sono al telefono co' Marisa, meh, dille "Ciao bella!"" Poi mamma mi ha detto:"Una volta ho sentito che lo diceva al tablet mentre lo spegneva e io gli ho chiesto cosa stesse dicendo. E lui ha risposto:"A Marisa!", che sai, ha la tua foto sullo sfondo. Comunque ora devo andare, ci sentiamo in questi giorni, tu vai a parlare col professore e fatti Skype."
E io poi mi sono sentita così stupida, che quando ho chiuso la chiamata sorridevo e mi sono messa a piangere.
E' che sono due cose troppo diverse quelle di piangere e sorridere che mi sento sempre scema quando mi succedono insieme, ma tant'è.

Ora mi domando: se io accarezzo le foto in cui ci sono loro e mio padre saluta la mia foto sul suo tablet, è come quando dicono:"Anche se siamo lontani, vediamo la stessa luna."?

martedì 15 febbraio 2011

E non è perché è San Valentino.

Allora.
Non è che mò perché il mio fidanzato mi ha regalato una cosa bella e utile gli dedico tutt'e cos. Anche perché lui lo sa che io gli dedico sempre mille robe, a partire dai miei pensieri, dalle mie attenzioni, dai miei gesti, che sono ben più importanti di due disegnini minchia fatti per staccare dai libri di Cinema o per divertirmi un po'. Comunque, siccome so che lui mi legge, glielo dico anche qua che mi piace da matti. Mi piace proprio stare insieme a lui, perché probabilmente Platone aveva ragione quando parlava della vecchia cosa banale del frutto a metà, eppure mi sa che c'aveva ragione, perché il Dibamore mi sembra proprio che sia la parte che mi manca. Anche quando mi arrabbio, lui è lì. E io mi sento tanto bambina capricciosa che piange e vuole tutti attorno a sè per poi mandarli via, eppure lui è lì. Lui è lì che magari lava la cucina mentre io sono imbronciata sul divano e so che tanto quando finisce viene a sedersi vicino e io non aspetto altro (ma anche se mi stai leggendo, fai finta che non lo sai). E poi io anche vorrei esserci proprio sempre per lui. Che, minchia, la luna è stata fatta per specchiarsi dentro di lui. Perché è bello fuori e buono dentro (sì, donnacce invidiose, è perfetto e MIO). E poi a me fa pure ridere, anche se a volte mi sento tanto Penny.
Poi, lui crede in me. Capisci? Crede in me, crede che io abbia qualcosa. Io anche credo in lui, nei suoi progetti, nei suoi occhi.
E poi ha quel (mamma, non leggere e vai subito alla riga successiva) culetto che è di una statua greca, altrochè.

Insomma. Sono innamorata, per come lui è e per quello che mi fa essere.
Ciao Dibamore, a domani che c'abbiamo tango.

Conseguentemente..


#1 Di notte le cazzate vengono meglio.

Piove, è notte, ho poca voglia di studiare, ho uno scanner, photoshop, ho l'amore e il colore rosso.