mercoledì 15 agosto 2012

E' Ferragosto per tutti

I pomeriggi in cui dovrei pensare al Decreto Legislativo del 29/10/1999 n° 490 e invece penso a tutt'altro.

martedì 14 agosto 2012

Noir

Quando non esco guardo programmi noir.
Stasera guarderò un programma noir.

giovedì 9 agosto 2012

Fuori è un mondo freddo. Qualcuno mi protegga da quello che desidero o almeno mi liberi da quello che vorrei.

Settembre è da sempre il mio capodanno. Il mio anno lo misuro da un settembre all'altro. In questo mese inizio cose e ne finisco altre e i fuochi pirotecnici ci vorrebbe adesso e non il 31 gennaio.
Quest'anno potrebbe essere il mio ultimo anno a Firenze. Non è la mia città di nascita, ma mi ha adottata e io le voglio un gran bene. Allora capisco che anche le cose non tue possono essere ugualmente parte di te, dei tuoi pensieri, del tuo modo di essere. Capisco che una città per essere perfetta non deve per forza avere il mare o le stelle chiare di notte, ma deve avere le risposte alle tue domande, una qualunque. Io non lo so ancora se ha risposto ai miei perché, forse nemmeno ce li ho dei perché. So solamente che quando arrivo, da qualunque parte, con qualunque mezzo, quando arrivo a Firenze, mi sento proprio a casa mia.
Purtroppo però il mio mondo è composto da scelte che mettono al primo posto cose che non ci sono a Firenze e forse nemmeno in Italia. Non mi meraviglierei se anche io decidessi un giorno di essere un cervello in fuga, anzi, penna in fuga. L'arte in Italia è pesantemente trascurata e io avverto questo con un forte disagio e avere un lavoro che abbia attinenza con questo mondo è un'impresa davvero ardua.
Ad oggi, nonostante mi legano a Firenze i momenti di stimoli frizzanti in Accademia (che sembra strano ma ci sono stati, però insomma sono contenta che quest'anno sia finita), le sue viuzze, i brividi di P.zza della Signoria di notte, i pomeriggi agli Uffizi quando nevica e altre mille cose che hanno contribuito a essere la persona che sono adesso, con non poco dispiacere sono pronta a prendere le mie cose ed andare, ma soprattutto a fare. Forse ha davvero ragione Baricco quando "Sono gli altri le strade, io sono una piazza, non porto in nessun posto, io sono un posto" e se sono un posto allora starò bene ovunque. Ovunque ci sia un modo per essere felici, un modo ormai antico di fare il lavoro per il quale si è studiato, una rivincita dell'arte all'Italia.
Un anno è lungo e tante cose possono accadere. Sono certa dell'esistenza della Legge dell'Attrazione, tanto lenta quanto valida. Magari tra un anno sarò qui, con una nuova fiducia e un ottimismo concreto, con tanti sogni che trovano finalmente il loro spazio nella realtà, magari a Parigi, Apricena, Londra, magari Firenze.



Sono una sognatrice, lo so.




venerdì 3 agosto 2012

La mia giornata tipo.






proiezioni

Il corso magistrale che sto facendo in Accademia a me piace molto. Mi piace l'idea di poter andar andare un giorno a dirigere gallerie o anche solo lavorarci. Organizzare e allestire spazi espositivi, lavorare all'interno di un museo, avere contatti con artisti e mercenari, festeggiare ai vernissage e cercare di vivere all'interno del sistema dell'arte oltre che lavorarci e invecchiarci mi piacerebbe davvero davvero un sacco.
Io a sessant'anni vorrei essere più o meno così.


sabato 28 luglio 2012


Quando l'ho vista la prima volta me ne sono innamorata. Piccola, bella e bianca (bianca perché in limited edition) in una vetrina online. Poi è diventato il regalo di Natale del mio ragazzo che, poverino, asseconda sempre le mie chiacchiere e i miei desideri che hanno la fotografia come protagonista (grazie soprattutto per la pazienza, amore). L'ho sognata per giorni prima che arrivasse. Giorni, davvero.
Poi un bel giorno era lì. Nella sua scatola Lomography. Era proprio così, era proprio piccola, bella e bianca.
Il primo rullino è stato una Kodak EliteChrome. Ho scattato solo in un formato (con la Diana mini il bello è quello, che ha un formato 24x17 e uno 24x24 e che puoi scegliere quando e quale formato adoperare, anche a rullino iniziato. Se si dovesse inceppare il rullino al cambio formato, basta premere il pulsante di scatto e far avanzare come di consueto) ed è durato tantiiiissimo, considerando anche che ero senza flash (e che è bene non scattare di sera senza flash con la piccola) e che non sempre era con me nelle ore diurne.
E' leggerissima, e davvero minuscola. Poi facilissima da usare: il disegnino di un sole e di una nuvola indica quale apertura del diaframma usare (F/11 sole- F/8 nuvoloso quindi basta che alziate gli occhi al cielo per vedere cosa scegliere). C'è poi da scegliere la velocità dell'otturatore. N o B. N è quella che consiglierei sempre, perché la B (bulb) è indicata per lunghe esposizioni e c'è quindi sempre bisogno di un treppiede per scattare in quella modalità.
Infine, c'è da scegliere la messa a fuoco: 0.6m, 1-2m, 2-4m, 4-infinito m. Di solito vado a puro intuito in base a quanto il soggetto da immortalare mi sembri vicino o distante. Il rischio di scattare ad istinto può essere che non sempre venga messo ben a fuoco, però tra i punti chiavi della filosofia lomo è anche il "non pensare e scatta" quindi la fotografia può essere perfetta anche con i suoi difetti.
Ora è qui, e ogni volta che la vedo sorrido.
Perché rappresenta un Natale speciale, perché è adorabile, perché fa fotografie che fanno un baffo a Photoshop e Instagram.
Perché è qui, ed è bellissima.

mercoledì 25 luglio 2012


Sono in PugliaPugliaPuglia dove la notte è fondafondafonda e se c'è una cosa che mi manca guardare, non è tanto la cupola del Brunelleschi quanto il ripiano della libreria di camera mia. Un ripiano che prima o poi saranno due e poi tre e poi cento, tutti pieni di loro.
Buone vacanze anche a voi, piccole mie.

quando dormire è l'unica soluzione

Ho letto su Facebook:
"Hai presente quel momento della giornata in cui ti svegli e ti senti pieno di energia?"
"Io no."
Ecco.
Io.
Inoltre sotto la doccia ho visto tutte le calorie delle fritture varie ed eventuali esporsi in tutta la loro pesantezza. Maledizione. E ho preso consapevolezza, ennesima, di un'altra tragica cosa:
Mi sa che me ne torno a dormire.





Strane rimanenze

A me le barbabietole rosse piacciono perché hanno omega3, perché hanno un colore meraviglioso e perché poi nel piatto il loro succo formano mostri (che però secondo me sono mostri buoni)

lunedì 23 luglio 2012

Già mi manchi.

Oggi parto e vado nella mia dolceamara Puglia.
Fa freddo mentre aspetto la coincidenza a Bologna e va bene, meno bene l'aria condizionata dei Freccia Rossa.
Va bene la famiglia che non vedo da mesi, va bene che porto a casa tre esami e una lode, va bene e non va bene l'abbondanza di cibo, va bene il rivedersi con le amiche di sempre, va bene la mia camera che ormai non è più mia.
Va male, malissimo, malissimissimissimo che non dormirò con te in tutte queste notti, che saranno più buie se non sei con me.


Primo sviluppo della Diana e sono felice.

Oggi sembra un giorno di settembre.
E forse è per questo che oggi è un giorno bellissimo, come quello del mio compleanno.
Ho preso i provini dello sviluppo del rullino della mia piccola e meravigliosa Diana, una macchinina fotografica piccola, bianca, lomografica e plasticosa.
Chi usa solo Instagram non può capire.
Il rullino, che io non ne ho mai messo uno in vita mia, che la mia prima macchina è stata una compatta digitale. Prenderlo, sentirne l'odore, pensare che è emulsione e acidi, che è organico e chimico, gelatina e argento. Inserirlo dentro il corpo della macchina fotografica, girare, chiudere e chiudere anche gli occhi perché da qui in poi tutto deve essere fatto al buio.
L'attesa per andare a ritirare il rullino sviluppato, quel chissà che è dietro ogni click, chissà se viene, chissà se esce, chissà se il cielo sembrerà così azzurro come lo vedono i miei occhi. E intanto scattare. Scattare e aspettare, come un rito, facendo crescere il desiderio di vederle tutte quelle immagini.
Un rito, ecco cos'è la fotografia analogica. Un rito, e io penso che un rito è come una magia. La fotografia è magia.
E sono davvero felice, oggi.



domenica 22 luglio 2012

eppi 100th posts!

© Marisa Lo Zito
© Marisa Lo Zito
© Marisa Lo Zito
© Marisa Lo Zito
© Marisa Lo Zito


100 post oggi.
E li festeggio con la costosa idea delle fotografie qui sopra. Una polaroid non è per sempre, ma per me sì, è eterna.
Sono di poche parole ora, il mac oggi è pigro e io sono di fretta.
Però io torno, io torno sempre nei posti in cui sto bene.

Miaò

In cortile c'è un gatto.
Un gatto che fa:"Miaò", con l'accento sulla o.
Deve essere francese.

lunedì 2 aprile 2012

All'Esselunga mi stavo mettendo a piangere.

Le strade quando è primavera si accorciano, secondo me. E anche la strada da casa mia all'Esselunga mi sembrava brevissima.
La mia spesa è minima, oggi, ma sembra comunque quella di una bambina di 5 anni; fragole, biscotti, coca cola, salsiccia, panini, patatine, cioccolato al cocco, insalata, latte, cacao, un quaderno giallo.
A me non piace tanto la gente. A me non piacciono tanto le cose che non capisco. Sono intollerante, non dò la mano a nessuno, non mi fermo fuori dai negozi. Però me la guardo, tutta.
Mi metto in fila. La mia è sempre quella più lenta, sempre quella col cassiere che chiacchiera troppo con la signora che non riconosce le monete.
Avanti a me c'è un signore alto ma un po' storto, con un cappotto blu. 70 anni di sorrisi testimoniati da rughe, come a fargli ricordare tutte le volte che si guarda allo specchio di quanto sia stato felice. Se tutti pensassero che una ruga è un sorriso nessuno avrebbe paura della vecchiaia.
Aveva due banane, una mela rossissima e un ovetto di cioccolato piccolo piccolo. Il prezzo, ho pensato. Il prezzo sulla frutta.
Il prezzo va messo sopra. A me forse darebbe fastidio sapere di una piccola e pelosa ragazzina mi correggesse e s'interessasse della mia spesa, quindi mi sono trattenuta.
Arriva il suo turno, il cassiere gli dice del prezzo. Non lo sapeva, non vedeva i numeri. In un modo segretissimo e professionale il cassiere risolve e mentre batte compulsivamente tasti, il signore chiede quanto viene. Una banana 0.97 E, l'altra 0.80 E, la mela invece 0.73 E. L'ovetto 0.90 E. Il signore apre la mano e ci guarda dentro, come se avesse un piccolo tesoro, come un bambino che apre la mano e conta le biglie che ha strettoe quelle palline di vetro sono tutti i suoi piccoli mondi, piccoli eppure enormi, che cadono sempre e non si rompono mai. Io posso spendere meno di 2 E, aveva detto. Beh, prenda solo la banana più piccola e la mela, ovviamente senza busta. Io non posso non prendere l'ovetto, mio figlio è goloso, sa è Pasqua, bisogna sempre avere qualcosa da scartare, con la carta alluminio blu sottile sottile che non si stacca dal cioccolatino. Va bene, aveva detto il cassiere, allora prenda l'ovetto e la mela.
Io non lo so perché mi sono intenerita. Non lo so perché. Però ho pensato ci fosse qualcosa di struggente e ingiusto in quella scena. Qualcosa di dolce e di prezioso e di dignitoso.
Di quelle sensazioni che non spieghi, come quella di quando è primavera, che l'aria sembra abbia le bollicine, che sei emozionato e commosso.
Ecco.
E' stato bello e triste, è stato un piccolo film francese. Piccolo e fatto male, come certi amori, come cose importanti e sgangherate.

domenica 19 febbraio 2012

Bencini Comet


Correggeva il caffè.
Si accendeva la sigaretta sempre alle 23.20.
Apriva sempre la finestra alle 23.27.
Guardava fuori.
La nebbia la amava. Era come nella sua testa. C'era qualcosa di chiaro sotto tutta quella bruma aggrovigliata dei ricordi. C'era ma non sapeva dove.
Chiudeva sempre la finestra alle 23.43.
Prendeva una scatola, alle 23.50. Si sedeva accanto. Sembravano conoscersi da tempo. Sembrava avessero tanto da dirsi. La apriva sempre, quella scatola. Ci guardava dentro. E i sogni di tutta la notte li faceva in quell'istante. Scompariva, ritornava, partiva, ricordava. Viveva.
Era autunno quando decise di prendere quella scatola. Il vento faceva volteggiare in un tango le foglie rosse prima che punteggiassero, stanche, i marciapiedi del Parco Valentino. C'era un odore, quegli odori che ti porti addosso sempre, quei ricordi ai quali non potrai mai sfuggire. Sono lì, sono vulcani addormentati. Si fermò. E pensò al rosso. Al rosso, che era diventato da quel momento il suo colore. Il rosso dei tetti, il rosso di certi pavimenti, il rosso della Coca Cola, degli autobus inglesi, del sugo della domenica, il rosso delle bandiere rosse. Il rosso di quella scatola. L'aveva comprata lì, la scatola, nel negozio affianco a quel bar, quel bar. Ci era ritornato per un peccato, per un Bucerin. Il suo posto preferito era quello vicino la grande vetrata che lo difendeva dalle persone che facevano loro i portici. Due si danno le spalle, un uomo e una ragazza, e non si guardavano più. Bisogna esser sicuri della propria schiena, è la parte del nostro corpo che diamo spesso e che non guardiamo mai. Lei abbassa la testa. Cammina e poi più veloce e poi corre. Il cielo sembrava immenso con lei. Il cielo sembrava invisibile per lei.
Pensava all'errore dei due. Pensava a quanto si sbaglia nel non pronunciare parole per non rischiare di deludere. Pensava a quanto avesse sbagliato anche lui.
Affianco il bar c'era il portone di casa sua. Era uscito quasi di fretta. Si era alzato, alzato il bavero. Aveva una scatola rossa da riempire, da conservare, da dimenticare. Era entrato in casa, e in una stanza c'era lei. Muta. Muta e incantevole. Era estate quando l'ha vista la prima volta e lei aveva qualcosa di tremendamente affascinante. Ma ogni volta che la vedeva, pensava a Sophie. Pensava che con lei provava un continuo jamais vu. Il jamais vu è il contrario di dèja vu. E' quando incontri incontri le stesse persone di continuo ma è sempre come se fosse la prima volta. Come se Sophie fosse stata sempre una sconosciuta. Con Sophie ci faceva l'amore. Ci faceva l'amore anche da lontano, come se i loro cuori attraversassero cemento e muri e s'incontrassero nel mezzo della città. Guardava Sophie attraverso lei, guardava il suoi denti storti, le anse delle sue orecchie che erano senza lobo e attaccate, il liquore che aveva versato sul divano in pelle, le perle della sua collana che ormai era rosario del suo dolore. In lei c'era tutto quello che non aveva più Sophie. Aveva il senso di colpa ogni volta quando vedeva lei lì, ferma, appoggiata a quel mobile di ciliegio. Aveva un terremoto dentro. Aveva le stesse macerie, la stessa polvere. La guarda e le dice:"Questa scatola è per te. Sono io. E' vuota dentro, ma devi entrarci. Avrai una nuova vita, in fondo è come se fosse la tua rinascita. Buon compleanno."
La casa era invivibile. "Niente è più inabitabile di un posto dove siamo stati felici."
Era andato verso la porta. Doveva sentire il portone alle sue spalle. Doveva camminare.
Da bambino camminava sulle piastrelle, contandole, senza pestare le linee. Non staccava mai gli occhi da terra. Non l'avrebbe mai detto che crescendo avrebbe preferito vedere le stelle.
Sophie diceva che in certi posti si nascondono frammenti di vite non vissute. E lui si apprestava a non vivere la sua, in un posto che urlava di sudore e vento. Urlava di Sophie e di lei e di lui. Urlava di loro tre. Urlava di lei, a cui aveva detto che l'avrebbe ritrovata prima o poi, anche se non si trova chi non si può cercare.
Lei che adesso era in quel vuoto, in quella scatola rossa. Lei che sapeva dei denti storti, delle anse delle orecchie che erano senza lobo e attaccate, del liquore versato sul divano in pelle, delle perle della collana. Lei, vista in un giorno d'estate. Lei, testimone di un amore. Testimone di due amori. Testimone di un pezzo di vita. Lei che era lì quando Sophie gli aveva detto che "si sarebbero trasferiti a Parigi un giorno, e non avrebbero mai più avuto i soldi per tornare indietro". Lei, che aveva sentito, che era proprio lì tra le mani di Sophie quando gli aveva detto:"Parto per Parigi. Mi chiedo se avrai mai il coraggio di lasciare lei per una donna. Per una donna come me. Tu meriti qualcuno che guardandoti negli occhi riesca a farti vedere il mondo come te lo fa vedere questa Bencini."
Si accendeva la sigaretta sempre alle 23.20.
Apriva sempre la finestra alle 23.27.
Guardava fuori.
La Tour Eiffel non era mai stata così abbagliante.
Ecco.
Io mi faccio un sacco di film, normalmente.
Ma quando il mio meraviglioso fidanzato mi regala un gioiellino del genere, mentre in una domenica piovosa siamo a un mercatino dell'antiquariato e mi vede innamorata di questa Bencini io mi faccio un sacco di storie in testa. Di chi era, cosa e chi aveva fotografato (secondo me c'è una specie di fantasmi di rullini nel vano di queste macchine fotografiche, c'è lo spirito dei ricordi, in cose come questa)
C'è qualcosa di magico in lei, qualcosa di tremendamente affascinante. Ha addosso le impronte degli anni '50, di CocaCola in bottiglia, di nebbia e di pois. Ha ancora in sè quella speranza intima dell'aver fotografato quel tramonto come era dentro gli occhi di chi l'ha maneggiata, dentro, dentro i suoi occhi e non davanti.
E ora è qui, tra le mie mani. Ho tra le mani un piccolo sogno antico.
Grazie, Giuseppe <3

mercoledì 15 febbraio 2012

Ho continue variazioni di umore, cioè posso passare da un ottimismo sfrenato a un pessimismo abissale nell’arco di quattro battiti cardiaci, otti-pessi otti-pessi; posso passare da un’indifferenza artica per il mondo a una totale straziata compassione per qualsiasi forma di vita animata e inanimata, posso sentirmi sottilmente felice, mediamente inquieta, ilare poi funebre, catatonica poi iperattiva. Io ho fatto impazzire psicanalisti ed erboristi, primari e pranoterapisti e non è servito a nulla perché rimango un caso oscuro. 

Per quando ti trovi in quel posto che è prima delle lacrime.
Per quando sei pieno di resina e hai frammenti di ricordi appiccicati ovunque.
Per quando ti siedi sulla vita come nei treni, dalla parte opposta al senso di marcia, che forse fa male la pancia perché guardi quello che lasci.
Per quando il tempo è la sabbia nelle clessidre. Non è tanto e scorre continuamente. Come il deserto. Come il vento.
Per quando sei immobile, come in certi film, che il protagonista è visto da sopra, in una strada affollata di New York, i volti sono sfocati, camminano col rallentatore, si muovono piano, e tu sei in mezzo a loro, che non ti vedono, che non ti conoscono, che non vuoi vedere, e il protagonista dice cose bellissime e tristissime.
Per le volte che il silenzio è indifferenza.
Per le volte che le scarpe fanno rumore, come se stessero schiacciando briciole e invece sono foglie.
Per questi momenti, che scompaiono quando vedi scorci come quelli che fotografo, cose come queste.