sabato 28 luglio 2012


Quando l'ho vista la prima volta me ne sono innamorata. Piccola, bella e bianca (bianca perché in limited edition) in una vetrina online. Poi è diventato il regalo di Natale del mio ragazzo che, poverino, asseconda sempre le mie chiacchiere e i miei desideri che hanno la fotografia come protagonista (grazie soprattutto per la pazienza, amore). L'ho sognata per giorni prima che arrivasse. Giorni, davvero.
Poi un bel giorno era lì. Nella sua scatola Lomography. Era proprio così, era proprio piccola, bella e bianca.
Il primo rullino è stato una Kodak EliteChrome. Ho scattato solo in un formato (con la Diana mini il bello è quello, che ha un formato 24x17 e uno 24x24 e che puoi scegliere quando e quale formato adoperare, anche a rullino iniziato. Se si dovesse inceppare il rullino al cambio formato, basta premere il pulsante di scatto e far avanzare come di consueto) ed è durato tantiiiissimo, considerando anche che ero senza flash (e che è bene non scattare di sera senza flash con la piccola) e che non sempre era con me nelle ore diurne.
E' leggerissima, e davvero minuscola. Poi facilissima da usare: il disegnino di un sole e di una nuvola indica quale apertura del diaframma usare (F/11 sole- F/8 nuvoloso quindi basta che alziate gli occhi al cielo per vedere cosa scegliere). C'è poi da scegliere la velocità dell'otturatore. N o B. N è quella che consiglierei sempre, perché la B (bulb) è indicata per lunghe esposizioni e c'è quindi sempre bisogno di un treppiede per scattare in quella modalità.
Infine, c'è da scegliere la messa a fuoco: 0.6m, 1-2m, 2-4m, 4-infinito m. Di solito vado a puro intuito in base a quanto il soggetto da immortalare mi sembri vicino o distante. Il rischio di scattare ad istinto può essere che non sempre venga messo ben a fuoco, però tra i punti chiavi della filosofia lomo è anche il "non pensare e scatta" quindi la fotografia può essere perfetta anche con i suoi difetti.
Ora è qui, e ogni volta che la vedo sorrido.
Perché rappresenta un Natale speciale, perché è adorabile, perché fa fotografie che fanno un baffo a Photoshop e Instagram.
Perché è qui, ed è bellissima.

mercoledì 25 luglio 2012


Sono in PugliaPugliaPuglia dove la notte è fondafondafonda e se c'è una cosa che mi manca guardare, non è tanto la cupola del Brunelleschi quanto il ripiano della libreria di camera mia. Un ripiano che prima o poi saranno due e poi tre e poi cento, tutti pieni di loro.
Buone vacanze anche a voi, piccole mie.

quando dormire è l'unica soluzione

Ho letto su Facebook:
"Hai presente quel momento della giornata in cui ti svegli e ti senti pieno di energia?"
"Io no."
Ecco.
Io.
Inoltre sotto la doccia ho visto tutte le calorie delle fritture varie ed eventuali esporsi in tutta la loro pesantezza. Maledizione. E ho preso consapevolezza, ennesima, di un'altra tragica cosa:
Mi sa che me ne torno a dormire.





Strane rimanenze

A me le barbabietole rosse piacciono perché hanno omega3, perché hanno un colore meraviglioso e perché poi nel piatto il loro succo formano mostri (che però secondo me sono mostri buoni)

lunedì 23 luglio 2012

Già mi manchi.

Oggi parto e vado nella mia dolceamara Puglia.
Fa freddo mentre aspetto la coincidenza a Bologna e va bene, meno bene l'aria condizionata dei Freccia Rossa.
Va bene la famiglia che non vedo da mesi, va bene che porto a casa tre esami e una lode, va bene e non va bene l'abbondanza di cibo, va bene il rivedersi con le amiche di sempre, va bene la mia camera che ormai non è più mia.
Va male, malissimo, malissimissimissimo che non dormirò con te in tutte queste notti, che saranno più buie se non sei con me.


Primo sviluppo della Diana e sono felice.

Oggi sembra un giorno di settembre.
E forse è per questo che oggi è un giorno bellissimo, come quello del mio compleanno.
Ho preso i provini dello sviluppo del rullino della mia piccola e meravigliosa Diana, una macchinina fotografica piccola, bianca, lomografica e plasticosa.
Chi usa solo Instagram non può capire.
Il rullino, che io non ne ho mai messo uno in vita mia, che la mia prima macchina è stata una compatta digitale. Prenderlo, sentirne l'odore, pensare che è emulsione e acidi, che è organico e chimico, gelatina e argento. Inserirlo dentro il corpo della macchina fotografica, girare, chiudere e chiudere anche gli occhi perché da qui in poi tutto deve essere fatto al buio.
L'attesa per andare a ritirare il rullino sviluppato, quel chissà che è dietro ogni click, chissà se viene, chissà se esce, chissà se il cielo sembrerà così azzurro come lo vedono i miei occhi. E intanto scattare. Scattare e aspettare, come un rito, facendo crescere il desiderio di vederle tutte quelle immagini.
Un rito, ecco cos'è la fotografia analogica. Un rito, e io penso che un rito è come una magia. La fotografia è magia.
E sono davvero felice, oggi.



domenica 22 luglio 2012

eppi 100th posts!

© Marisa Lo Zito
© Marisa Lo Zito
© Marisa Lo Zito
© Marisa Lo Zito
© Marisa Lo Zito


100 post oggi.
E li festeggio con la costosa idea delle fotografie qui sopra. Una polaroid non è per sempre, ma per me sì, è eterna.
Sono di poche parole ora, il mac oggi è pigro e io sono di fretta.
Però io torno, io torno sempre nei posti in cui sto bene.

Miaò

In cortile c'è un gatto.
Un gatto che fa:"Miaò", con l'accento sulla o.
Deve essere francese.

lunedì 2 aprile 2012

All'Esselunga mi stavo mettendo a piangere.

Le strade quando è primavera si accorciano, secondo me. E anche la strada da casa mia all'Esselunga mi sembrava brevissima.
La mia spesa è minima, oggi, ma sembra comunque quella di una bambina di 5 anni; fragole, biscotti, coca cola, salsiccia, panini, patatine, cioccolato al cocco, insalata, latte, cacao, un quaderno giallo.
A me non piace tanto la gente. A me non piacciono tanto le cose che non capisco. Sono intollerante, non dò la mano a nessuno, non mi fermo fuori dai negozi. Però me la guardo, tutta.
Mi metto in fila. La mia è sempre quella più lenta, sempre quella col cassiere che chiacchiera troppo con la signora che non riconosce le monete.
Avanti a me c'è un signore alto ma un po' storto, con un cappotto blu. 70 anni di sorrisi testimoniati da rughe, come a fargli ricordare tutte le volte che si guarda allo specchio di quanto sia stato felice. Se tutti pensassero che una ruga è un sorriso nessuno avrebbe paura della vecchiaia.
Aveva due banane, una mela rossissima e un ovetto di cioccolato piccolo piccolo. Il prezzo, ho pensato. Il prezzo sulla frutta.
Il prezzo va messo sopra. A me forse darebbe fastidio sapere di una piccola e pelosa ragazzina mi correggesse e s'interessasse della mia spesa, quindi mi sono trattenuta.
Arriva il suo turno, il cassiere gli dice del prezzo. Non lo sapeva, non vedeva i numeri. In un modo segretissimo e professionale il cassiere risolve e mentre batte compulsivamente tasti, il signore chiede quanto viene. Una banana 0.97 E, l'altra 0.80 E, la mela invece 0.73 E. L'ovetto 0.90 E. Il signore apre la mano e ci guarda dentro, come se avesse un piccolo tesoro, come un bambino che apre la mano e conta le biglie che ha strettoe quelle palline di vetro sono tutti i suoi piccoli mondi, piccoli eppure enormi, che cadono sempre e non si rompono mai. Io posso spendere meno di 2 E, aveva detto. Beh, prenda solo la banana più piccola e la mela, ovviamente senza busta. Io non posso non prendere l'ovetto, mio figlio è goloso, sa è Pasqua, bisogna sempre avere qualcosa da scartare, con la carta alluminio blu sottile sottile che non si stacca dal cioccolatino. Va bene, aveva detto il cassiere, allora prenda l'ovetto e la mela.
Io non lo so perché mi sono intenerita. Non lo so perché. Però ho pensato ci fosse qualcosa di struggente e ingiusto in quella scena. Qualcosa di dolce e di prezioso e di dignitoso.
Di quelle sensazioni che non spieghi, come quella di quando è primavera, che l'aria sembra abbia le bollicine, che sei emozionato e commosso.
Ecco.
E' stato bello e triste, è stato un piccolo film francese. Piccolo e fatto male, come certi amori, come cose importanti e sgangherate.

domenica 19 febbraio 2012

Bencini Comet


Correggeva il caffè.
Si accendeva la sigaretta sempre alle 23.20.
Apriva sempre la finestra alle 23.27.
Guardava fuori.
La nebbia la amava. Era come nella sua testa. C'era qualcosa di chiaro sotto tutta quella bruma aggrovigliata dei ricordi. C'era ma non sapeva dove.
Chiudeva sempre la finestra alle 23.43.
Prendeva una scatola, alle 23.50. Si sedeva accanto. Sembravano conoscersi da tempo. Sembrava avessero tanto da dirsi. La apriva sempre, quella scatola. Ci guardava dentro. E i sogni di tutta la notte li faceva in quell'istante. Scompariva, ritornava, partiva, ricordava. Viveva.
Era autunno quando decise di prendere quella scatola. Il vento faceva volteggiare in un tango le foglie rosse prima che punteggiassero, stanche, i marciapiedi del Parco Valentino. C'era un odore, quegli odori che ti porti addosso sempre, quei ricordi ai quali non potrai mai sfuggire. Sono lì, sono vulcani addormentati. Si fermò. E pensò al rosso. Al rosso, che era diventato da quel momento il suo colore. Il rosso dei tetti, il rosso di certi pavimenti, il rosso della Coca Cola, degli autobus inglesi, del sugo della domenica, il rosso delle bandiere rosse. Il rosso di quella scatola. L'aveva comprata lì, la scatola, nel negozio affianco a quel bar, quel bar. Ci era ritornato per un peccato, per un Bucerin. Il suo posto preferito era quello vicino la grande vetrata che lo difendeva dalle persone che facevano loro i portici. Due si danno le spalle, un uomo e una ragazza, e non si guardavano più. Bisogna esser sicuri della propria schiena, è la parte del nostro corpo che diamo spesso e che non guardiamo mai. Lei abbassa la testa. Cammina e poi più veloce e poi corre. Il cielo sembrava immenso con lei. Il cielo sembrava invisibile per lei.
Pensava all'errore dei due. Pensava a quanto si sbaglia nel non pronunciare parole per non rischiare di deludere. Pensava a quanto avesse sbagliato anche lui.
Affianco il bar c'era il portone di casa sua. Era uscito quasi di fretta. Si era alzato, alzato il bavero. Aveva una scatola rossa da riempire, da conservare, da dimenticare. Era entrato in casa, e in una stanza c'era lei. Muta. Muta e incantevole. Era estate quando l'ha vista la prima volta e lei aveva qualcosa di tremendamente affascinante. Ma ogni volta che la vedeva, pensava a Sophie. Pensava che con lei provava un continuo jamais vu. Il jamais vu è il contrario di dèja vu. E' quando incontri incontri le stesse persone di continuo ma è sempre come se fosse la prima volta. Come se Sophie fosse stata sempre una sconosciuta. Con Sophie ci faceva l'amore. Ci faceva l'amore anche da lontano, come se i loro cuori attraversassero cemento e muri e s'incontrassero nel mezzo della città. Guardava Sophie attraverso lei, guardava il suoi denti storti, le anse delle sue orecchie che erano senza lobo e attaccate, il liquore che aveva versato sul divano in pelle, le perle della sua collana che ormai era rosario del suo dolore. In lei c'era tutto quello che non aveva più Sophie. Aveva il senso di colpa ogni volta quando vedeva lei lì, ferma, appoggiata a quel mobile di ciliegio. Aveva un terremoto dentro. Aveva le stesse macerie, la stessa polvere. La guarda e le dice:"Questa scatola è per te. Sono io. E' vuota dentro, ma devi entrarci. Avrai una nuova vita, in fondo è come se fosse la tua rinascita. Buon compleanno."
La casa era invivibile. "Niente è più inabitabile di un posto dove siamo stati felici."
Era andato verso la porta. Doveva sentire il portone alle sue spalle. Doveva camminare.
Da bambino camminava sulle piastrelle, contandole, senza pestare le linee. Non staccava mai gli occhi da terra. Non l'avrebbe mai detto che crescendo avrebbe preferito vedere le stelle.
Sophie diceva che in certi posti si nascondono frammenti di vite non vissute. E lui si apprestava a non vivere la sua, in un posto che urlava di sudore e vento. Urlava di Sophie e di lei e di lui. Urlava di loro tre. Urlava di lei, a cui aveva detto che l'avrebbe ritrovata prima o poi, anche se non si trova chi non si può cercare.
Lei che adesso era in quel vuoto, in quella scatola rossa. Lei che sapeva dei denti storti, delle anse delle orecchie che erano senza lobo e attaccate, del liquore versato sul divano in pelle, delle perle della collana. Lei, vista in un giorno d'estate. Lei, testimone di un amore. Testimone di due amori. Testimone di un pezzo di vita. Lei che era lì quando Sophie gli aveva detto che "si sarebbero trasferiti a Parigi un giorno, e non avrebbero mai più avuto i soldi per tornare indietro". Lei, che aveva sentito, che era proprio lì tra le mani di Sophie quando gli aveva detto:"Parto per Parigi. Mi chiedo se avrai mai il coraggio di lasciare lei per una donna. Per una donna come me. Tu meriti qualcuno che guardandoti negli occhi riesca a farti vedere il mondo come te lo fa vedere questa Bencini."
Si accendeva la sigaretta sempre alle 23.20.
Apriva sempre la finestra alle 23.27.
Guardava fuori.
La Tour Eiffel non era mai stata così abbagliante.
Ecco.
Io mi faccio un sacco di film, normalmente.
Ma quando il mio meraviglioso fidanzato mi regala un gioiellino del genere, mentre in una domenica piovosa siamo a un mercatino dell'antiquariato e mi vede innamorata di questa Bencini io mi faccio un sacco di storie in testa. Di chi era, cosa e chi aveva fotografato (secondo me c'è una specie di fantasmi di rullini nel vano di queste macchine fotografiche, c'è lo spirito dei ricordi, in cose come questa)
C'è qualcosa di magico in lei, qualcosa di tremendamente affascinante. Ha addosso le impronte degli anni '50, di CocaCola in bottiglia, di nebbia e di pois. Ha ancora in sè quella speranza intima dell'aver fotografato quel tramonto come era dentro gli occhi di chi l'ha maneggiata, dentro, dentro i suoi occhi e non davanti.
E ora è qui, tra le mie mani. Ho tra le mani un piccolo sogno antico.
Grazie, Giuseppe <3

mercoledì 15 febbraio 2012

Ho continue variazioni di umore, cioè posso passare da un ottimismo sfrenato a un pessimismo abissale nell’arco di quattro battiti cardiaci, otti-pessi otti-pessi; posso passare da un’indifferenza artica per il mondo a una totale straziata compassione per qualsiasi forma di vita animata e inanimata, posso sentirmi sottilmente felice, mediamente inquieta, ilare poi funebre, catatonica poi iperattiva. Io ho fatto impazzire psicanalisti ed erboristi, primari e pranoterapisti e non è servito a nulla perché rimango un caso oscuro. 

Per quando ti trovi in quel posto che è prima delle lacrime.
Per quando sei pieno di resina e hai frammenti di ricordi appiccicati ovunque.
Per quando ti siedi sulla vita come nei treni, dalla parte opposta al senso di marcia, che forse fa male la pancia perché guardi quello che lasci.
Per quando il tempo è la sabbia nelle clessidre. Non è tanto e scorre continuamente. Come il deserto. Come il vento.
Per quando sei immobile, come in certi film, che il protagonista è visto da sopra, in una strada affollata di New York, i volti sono sfocati, camminano col rallentatore, si muovono piano, e tu sei in mezzo a loro, che non ti vedono, che non ti conoscono, che non vuoi vedere, e il protagonista dice cose bellissime e tristissime.
Per le volte che il silenzio è indifferenza.
Per le volte che le scarpe fanno rumore, come se stessero schiacciando briciole e invece sono foglie.
Per questi momenti, che scompaiono quando vedi scorci come quelli che fotografo, cose come queste.

venerdì 30 dicembre 2011

Bilancio Duemilaundici.

In ordine casuale e in poche, pochissime parole, il mio duemilaundici è stato:
i muffin di Giuseppe, la mia laurea, l'estate calda e i DUE giorni di mare, amici che amici che non si sono rivelati tali ancora una volta, San Marino e Rimini con Desdemona e Giuseppe, Mirty Chibibì e tutto quello che mi ha regalato e che spero continuerà a regalarmi, 5396 fotografie, i regali di Giuseppe, le mie attenzioni per Giuseppe, le mie lacrime che quelle non mancano mai insieme alle risate, il matrimonio di una vecchia amica, Firenze e Mc Donald's con Emma, la mia prima mostra personale di fotografia, gli Alinari, Diabolik e il tasto mostro, gli acquerelli e l'acqua che ci cade sopra, le cene con Giuseppe e le sue imitazioni, i film, la bellezza di Torino, la specializzazione, la nuova coinquilina, i libri da finire di leggere, il tango e il Sashall, i cornetti di Campo di Marte, Polaroid e Diana Mini, il freezer sbrinato, rullini e pellicole.
E in questo fine anno, le uniche persone che mi sento di ringraziare sentitamente e con tutto il mio cuore sbatacchiato e pieno, sono la mia famiglia e Giuseppe.
Semplicemente grazie, per esserci.

domenica 25 dicembre 2011

Natale Duemilaundici.

Il cazzo di pomeriggio del venticinque dicembre.
Ommiodddio.
E' ancora festa iuppidù, hai fatto il pranzo con i familiari che durante l'anno eviti e coi quali c'hai pensato due volte ad accettarli anche su Facebook; c'hai pensato meno quando hai aggiunto un tizio dal nome illeggibile di uno sperduto paese dell'Iran, i bambini hanno aperto i loro regali e hanno finito di chiedere ai genitori di montare il giocattolo chiesto in dono, e.
E basta, perché sono le diocristo di quattro di pomeriggio di Natale, non c'è nessuno con cui cazzeggiare perché sono tutti felici con le famiglie felici, uscire pare brutto anche perché devi finire il dodicesimo primo e mancano ancora i trenta secondi e trentotto tipi di dolci e se esci sai che dopo due metri avrai la follia omicida verso chi fa gli auguri, anche se non li fanno a te.
Fuori è grigio, sui contrinfissi ci sono le goccioline e sul tavolo c'è la tovaglia rossa coi resti delle mandorle e di quei cazzo di brillantini sbrilluccicosi che ti si appiccicano ovunque e che riuscirai a toglierli tutti per il prossimo Natale solo se sarai fortunato. 
Qualunque cosa viene rovinata dal fatto che son le quattro di pomeriggio di Natale, perfino novecento canali di digitale terrestre trasmettono cose adatte alle quattro di pomeriggio di Natale.
Quindi tu sei là, seduto, a pensare e a non sapere che cazzo fare, a maledire il fatto che sono le quattro di pomeriggio di Natale e desiderare la morte, salvo poi ripensarci perché sei una brutta persona e con ogni probabilità finiresti all'inferno.
E con il culo che hai, l'inferno è un cazzo di posto in cui sono le quattro di pomeriggio di Natale sempre.
Però, nonostante questa acidità di fondo devo essere stata proprio una prava pampina, perché quest'anno ho ricevuto regali stupendissimi.
Ho ricevuto sogni, emozioni, sorrisi e progetti, ovvero una Polaroid e degli acquerelli.





martedì 20 settembre 2011

"La nostra paura del peggio è più forte del nostro desiderio del meglio.” Elio Vittorini

Fino a qualche anno fa i treni erano diversi. A me piaceva viaggiare nei treni di seconda classe, perché qui si leggevano i libri mentre nella prima si accendevano i pc.
Adesso invece è uguale ovunque. Non si parla col vicino, nemmeno si chiede se il treno viaggia in orario. Lo si chiede al proprio smartphone, si aggiorna Facebbok inventandosi una vita che non si ha, inventandosi una compagnia che non esiste, curando farmville come la nostra solitudine.
Adesso ci si regala app per gli iphone o buoni sconti per gli e-book. E si perde la magia nel consegnare un libro a qualcuno, nel prestarlo, nel regalarlo. Il tuo libro preferito. Quel libro è diventato il tuo preferito perché c'era qualcosa di te tra quelle pagine di inchiostro e cellulosa, perché l'hai letto e ti sei detto "questo sono io", perché ti sei fermato e hai dovuto distogliere lo sguardo perché leggerti lì, all'improvviso e senza preavviso, ti ha fatto andare in apnea, perché trovarti al posto di qualcun altro ti ha fatto scoprire di essere più te stesso. Nel donare il tuo libro preferito a qualcuno c'è qualcosa di estremamente intimo. Regali una parte di te, regali una caratteristica che non sapevi ma che hai e la consegni in mano di altri. E ti troveranno e ti leggeranno. Ecco perché si legge da soli. Perché è una preghiera con te stesso in una chiesa di parole e polvere. Ci si dovrebbe proteggere sempre dai libri. Come da certi sguardi, da certe frasi, come da certe persone.

giovedì 18 agosto 2011

Meglio tardi che mai!

Il diciannove (ovvero oggi visto che come al solito non mi degno di scrivere prima della mezzanotte) ci sarà la presentazione della mia storia scritta per Verticalismi (per leggerla basta cliccare sulle parole dal colore diverso e vi si aprirà il link) e pubblicata in un albo inedito dell'Insonne che si intitola "Rumori di fondo".
Poi seguiranno due giorni che trascorrerò con il Dibamore e intanto questa è la mia valigia. E con questa piccola istantanea vi auguro buone vacanze, anche se qualcuno in questa data probabilmente le vacanze le avrà finite (o mai iniziate?)


mercoledì 3 agosto 2011

“e se non hai come unica intenzione quella di farmi sorridere, ti assicuro che a farmi essere triste son bravissima da sola.” (Laura KoAn)

A me piacciono le conchiglie. Da piccola ne raccoglievo tante. Cercavo quelle più grandi, quelle più belle, quelle che avevano il buchino per farci un bracciale. Poi arrivava l'inverno e le conchiglie le buttavo. "Ne prenderò altre l'anno prossimo", e intanto quei gusci erano lì, nella spazzatura, tra bucce di banana e fogli accartocciati.

Il cielo qui è bellissimo. Azzurro cielo, ora so che colore è. Oggi lo guardavo dal pullman. E pensavo alla mia giornata al mare, pensavo a quanto siano complicate certe cose e facili molte altre, pensavo guardando una nuvola che la prima volta che ho mangiato lo zucchero filato è stata quest'inverno a 23 anni, pensavo alla salsedine che avevo sulle mani, pensavo alle conchiglie, sì, anche alle conchiglie, perché quante storie tra conchiglie e paguri ho interrotto per portarmele a casa e poi buttarle via.
I paguri sono dei crostacei, dei crostacei che per difendersi scelgono accuratamente la conchiglia vuota entro la quale rifugiarsi. E quando ne scelgono una, la scelgono, come si sceglie di amare qualcuno, non perché capita, non perché se ne ha bisogno, ma perché è semplicemente giusta, con i difetti che finisci con l'amare e non con il sopportare. Senza una conchiglia un paguro muore. Muore soffocato. Muore soffocato perché si disidrata dicono, ma forse soffoca perché quando uno è tanto triste che vorrebbe piangere e urlare e piangere e -resisti resisti non piangere forza coraggio non piangere non qui non ora non per questo- gli si ferma tutto lì, tutto in gola. E soffochi.
Sono animali notturni, ma vi immaginate, la sabbia di notte, il mare di notte, il cielo di notte, gli ombrelloni chiusi di notte. E un paguro che è solo. Tutta quella sabbia, non è uno spreco? Tutti quei granelli, che da soli sono nulla e che insieme formano deserti. Come si fa a trovare la conchiglia giusta tra tutte, in tutto questo, con questo buio, con quest'acqua salata che ti porta al largo? Come fai a scegliere quella che sarà la tua casa, la tua vita, in una notte sola? Basta davvero così poco per capire cos'è la cosa giusta da fare, la conchiglia giusta da amare? E quando il paguro cresce, che deve andare lontano, deve cambiare di nuovo e non ha voglia ma se non parte vorrà dire che morirà, che si allontana, che guarda ancora un'ultima volta quella conchiglia, la sua conchiglia, che resterà con la mente inerme e incredibilmente vuota, che porterà questa scena, questa qui, per tutto il resto della sua vita, questo momento triste ma necessario, questo momento in cui si deve sempre partire per cercare se stessi, per amare se stessi, per morire con se stessi, questo momento della conchiglia ferma al chiarore della luna e lui di fronte, ma già lontano, ma ancora un po' vicino. Le onde sbattano contro di loro. La conchiglia viene trascinata un po' più in là. Come se la mano di un amico la costringesse a dire"vai avanti, vieni, lui non tornerà mai più, seguimi, dimentica e sarai di nuovo felice" e se la tirasse via. E il paguro, ha capito che forse una lacrima è solo un pezzo di mare, perché aveva mare addosso ovunque, lacrime addosso ovunque. Se ne andò. La notte è pericolosa e più viva di quanto non si pensi. E questa notte, il paguro andrà via augurando a tutti, tutti davvero, di trovare la propria conchiglia, quella davvero giusta, almeno una volta nella vita.

(Scusatemi. Oggi c'è il Sole, ma è come se avesse piovuto un po'. Mi capita spesso. Ma ho gli ombrelli, questa volta)